By Michele Nardella | giugno 10, 2011 - 4:15 pm
Posted in Category: Cibo e tradizione

Nell’ articolo precedente sulla macrobiotica ho accennato al pensiero associativo, descrivendolo come  opposto e  complementare a quello analitico e razionale, a noi ben noto, essendo alla base della scienza.

Infatti, se quest’ ultima è finalizzata a scoprire, descrivere e definire i costituenti elementari di quell’ insieme, di quel tutt’uno che è l’ oggetto di studio (per quello che  gli strumenti scientifici a disposizione consentono di individuare), il primo, grazie ad una visione d’ insieme (in cui tutti gli elementi sono coesistenti), mira a riconoscere analogìe, rapporti e schemi all’ interno di una totalità, di un sistema, in cui ogni singola entità è costituita da altre entità e  a sua volta fa parte di un’ entità più grande.

Insomma, detto in sintesi, se la scienza è concentrata sui particolari, la visione olistica ( da “olos”=intero) è incentrata sul sistema di cui quei particolari fanno parte.

Si potrebbe perciò definire l’ olismo una visione ecologica della realtà.

Nel primo caso è un pò come guardare un dipinto  ponendoci molto vicini ad esso, e magari   analizzarlo con la lente d’ ingrandimento:  in tal modo avremmo la possibilità di notare particolari altrimenti impossibili da vedere, ma non potremmo cogliere l’ immagine completa, il significato dell’ opera e apprezzarne l’ armonìa e la bellezza;

Nel secondo caso invece, guardandolo da abbastanza lontano, riusciremmo ad avere subito la visione d’ insieme dell’ immagine raffigurata nel quadro, ma non potremmo coglierne dettagli e sfumature.

Come si può facilmente evincere, nessuno dei due criteri è perfetto in sè, perciò dovremmo utilizzarli  entrambi in un sapiente equilibrio, in funzione dell’ obiettivo che ci prefiggiamo.

Ma per poterci formare una visione d’ insieme abbiamo bisogno di princìpi sintetici, di princìpi cioè, che ci consentano di scoprire, ove esista, il rapporto che lega  fenomeni e qualità apparentemente distinti e separati, ossìa quello che si definisce analogìa.

Yin-Yang è  il  più conosciuto di questi princìpi e anche il più semplice e fondamentale, in quanto ci fa capire qual è  il comportamento del fenomeno in oggetto nei confronti dello spazio. E siccome lo spazio è indissolubilmente legato al tempo, come la fisica ci insegna, esso ci fornisce  al contempo  implicite informazioni anche su questo parametro.

Da questa semplice e precisa premessa è facile dedurre che non c’è nulla di più elementare, di più fondamentale  di yin e yang, in quanto non c’è legge di fisica che non veda implicati lo spazio e il tempo. Pertanto a buon diritto sono stati sempre riconosciuti come “Il Principio Universale“.

Yin e Yang sono usati per qualificare qualsiasi cosa o concetto, perchè, per definizione, il mondo come  appare ai nostri sensi e al nostro cervello, che non fa che analizzare e discriminare, quel mondo  di cui noi stessi siamo parte integrante non è che una differenziazione dell’ Assoluto, dell’ Infinito, che si biforca in questo primo stadio di manifestazione rappresentato, appunto, dalla comparsa della polarità.

Essi possono quindi essere applicati sia nell’ ambito del mondo fisico, che in quello metafisico, le due modalità (yin-yang) in cui si manifesta la realtà.

Ed è proprio questo il primo motivo di malinteso, di confusione  di chi si avvicina a questa scienza e dei suoi detrattori, che, non comprendendola,  la criticano bollandola affrettatamente come “leggenda”, o mera filosofìa.

Si tratta invece di due accezioni che però hanno senso solo quando applicate nel rispettivo contesto.

Non posso soffermarmi su questo concetto  fondamentale di profondo significato, che mette davvero alla prova la nostra comprensione del Principio Unico. Per chi è interessato ad approfondire posso consigliare l’ ottimo libro di Carlo Guglielmo Il Grande Libro dell’ Ecodieta, dove c’è un capitolo apposito che chiarisce definitivamente questo punto.

E’ bene dunque precisare subito che quando si afferma che Yin sta ad indicare tutto ciò che rivela una tendenza centrifuga, e quindi espansiva, mentre Yang ovviamente rappresenta l ’0pposto, il contesto logico di riferimento è evidentemente  quello fisico, mentre gli stessi principi possono essere usati per definire e classificare  una gerarchìa di funzioni, come  si riscontra nella Medicina Tradizionale Cinese, dove l’ aspetto fisico non ha ovviamente senso.

Queste due caratteristiche fisiche di base (centrifugalità-centripetalità) danno origine ad una serie di conseguenze a cascata, che sono le logiche implicazioni di quelle tendenze: per esempio, se un corpo si espande diventerà evidentemente più grande, tenderà eventualmente a dividersi, o a separarsi dal suo ambiente, a raffreddarsi (a causa della dispersione termica), a diventare più lento e inattivo (perchè l’ energìa si deconcentra), ad indebolirsi ecc.

Da ciò si deduce che tutte queste manifestazioni e qualità sono accomunate, in quanto generate dallo stesso processo energetico, e pertanto sono da considerare tutti aspetti di natura yin.

Naturalmente questi aspetti ( è importante precisarlo,  perchè è un concetto fondamentale)  hanno sempre un significato relativo e mai assoluto, in quanto descrivere qualcosa come “grande“, oppure “freddo“, o “fragile“, per restare nell’ esempio, ha senso solo in quanto implicitamente rapportato a qualcos’altro (anche ipotetico) che possiede  caratteristiche opposte.

Non solo, ma, concetto altrettanto fondamentale, lo stesso oggetto o fenomeno conterrà in sè inevitabilmente proprietà ascrivibili ad entrambe le categorìe polari. Perciò qualificarlo  “yin” oppure “yang”  significa solo indicare quale tendenza prevale.

Questo ci dice che yin e yang sono inseparabili, come rivela il famosissimo emblema taoista di forma circolare, con le due sezioni, rappresentanti i due princìpi, che sembrano rincorrersi a vicenda e abbracciarsi:  ognuno dei due esiste solo in funzione dell’ altro.

Da quanto appena illustrato si capisce che nel valutare la natura yin o yang di un fenomeno (sempre, lo ribadisco, in rapporto a qualcos’altro, che può essere implicito nel contesto, ma assolutamente presente), sono da prendere in considerazione tutte quelle caratteristiche e circostanze ad esso attribuibili, comprese quelle non misurabili e quantificabili, o non oggettivamente definibili, che sono per questo automaticamente escluse dalla metodologìa scientifica.

E cioè, per fare qualche esempio: forma, dimensioni, colore, sapore, consistenza, latitudine  di provenienza geografica, stagionalità, ambiente, regno di appartenenza (animale o vegetale), velocità di crescita, direzione di crescita, equilibrio acido-basico e tante altre. Insomma tutto ciò  che non passa  attraverso quello che qualcuno ha definito “il filtro ontologico della scienza“.

Infatti non senza motivo ho parlato all’ inizio di pensiero associativo e olistico come complementare a quello razionale e analitico della scienza, in quanto, basandosi su presupposti diversi, indaga proprio quegli aspetti preclusi alla scienza.

Le implicazioni di tutto ciò sulla salute, la medicina e il nostro stesso modo di intendere la salute  sono rivoluzionarie quanto ancora poco capite, ed è quello di cui finalmente parlerò nel prossimo articolo, che sarà per questo il più interessante di tutta questa serie dedicata alla macrobiotica.

Michele Nardella

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Per continuare la serie dei “consigli ai naviganti” (l’altro qui su come sopravvivere all’Aereo!), o meglio ai vacanzieri della prima ora (ci pensi? Sta davvero ARRIVANDO L’ESTATE!!! :D ) ecco un altro piccolo accorgimento – estrapolato direttamente dalla mia esperienza personale – che vale oro.

E, tutto sommato, anche utile in alcuni corsi di formazione ipertecnologici che ti vedono per 12 ore chiusa in uno stadio per poi stramazzare in un albergo a notte fonda…

Ascolta bene: sto parlando del bollitore.

E non un bollitore ingombrante qualunque, ma una piccola, comoda, pratica resistenza per bollire.

Il bollitore è in effetti un grande marchingegno… Tra le tante diavolerie energivore è una di quelle che considero indispensabile, sebbene già mi vedo in una baita tra i boschi ad usare una Rocket Stove fedele ai canoni della Permacultura (presto novità anche su questo fronte! ;) )…

Ma nel frattempo e soprattutto in albergo, il bollitore è più pratico.

Gli alberghi migliori te lo mettono a disposizione, insieme ad una selezionata scelta di tisane, caffè solubili, thè e camomille.

Ma non sempre. Io porto con me una resistenza elettrica, l’ho comprata in un vecchio emporio ferramenta che vende anche elettrodomestici, la trovi sopratutto nei piccoli centri e costa tra i 10 e i 15 euro.

Come vedi dalla foto, niente di più di un filo con una spina dalla parte e dell’altra una resistenza elettrica (la stessa che in effetti sta nel bollitore e diventando calda scalda l’acqua) e una tazza di metallo.

Beh, non ci sarebbe necessità di spiegare come funziona: riempi la tazza di acqua, ci metti la resistenza, l’acqua arriva ad ebollizione in 2 minuti…

E così al mattino mi preparo il mio immancabile thè verde, la sera se mi va una bella camomilla bio, e se mi scappa mi posso anche preparare una zuppa al pomodoro e – se ho voglia di verdure e mi trovo in un posto “ristorantemente” poco ospitale (come capitato recentemente dove era tutto una salsa e una ridondanza di carne e a colazione c’erano i fagioli cotti nel ketchup!!! :? ), posso anche prepararmi – occhio che questa è forte – il cous cous:shock:

Sì sì…

Il cous cous è fenomenale!

Zuppe solubili (di buona marca e vegetali senza coloranti e grassi idrogenati aggiunti però!) e cous cous di farro bio sono preziosi compagni di viaggio, accanto a scelti functional food – perchè basta versarci sopra dell’acqua bollente e sono pronti.

In questo modo si è – ancora una volta e sopratutto se come me ami andare in vacanza in posti tranquilli ed evitare di girare come una trottola – liberi di scegliere cosa mangiare.

Tanto un negozio fornito con insalata e frutta fresca e magari qualche provvidenziale sott’olio in vetro per insaporire un bel panino integrale lo trovi (quasi) sempre…

E anche se non l’ho mai provato – troppo ardito anche per me ;) – con la resistenza elettrica potresti anche farti delle belle uova sode (se sono bio o conosci chi te le dà)!!! :mrgreen:

Insomma…

Un consiglio pratico per grandi e piccini (anzi indispensabile se hai dei bimbi), se sei in viaggio senza possibilità di cucinare, raccogliere ortiche, fare la spesa in un posto “sano”… senza doversi assoggettare a “quello che si trova” e potendosi tranquillamente fare delle cenette scelte e selezionate nei ristorantini locali.

Buona vacanza! :D


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By Viviana Taccione | aprile 24, 2011 - 10:22 am
Posted in Category: Cibo e tradizione

Ho ricevuto questa mail dagli Amici di LaCoscienzaDegliAnimali.it.

Una profonda riflessione di Susanna Tamaro che gira in rete su una moltitudine di siti (e dato il messaggio non poteva essere altrimenti), ed è bello vedere che personaggi di spicco della nostra Cultura inizino a parlare di certe cose…

Una riflessione che ti invito a leggere, non solo per il suo magnifico stile, ma soprattutto perché non è cruenta ma induce a riflettere, su di noi, sul destino dell’uomo, su quello che siamo o potremmo essere… e che consuona pienamente con il nostro pensiero.

Da anni infatti – e non solo come Trainer di Autodifesa Alimentare - promuoviamo una festa Cruelty Free, una festa che celebri la Vita, così come dovrebbe essere…

Promuovendo la Vita celebriamo la risurrezione, il cammino spirituale della nostra Anima in continua evoluzione.

Celebrando passivamente la morte portiamo avanti l’errore, la barbarie, la cecità che ci porta a bollare come pericoloso un Messaggero di Luce e Speranza. Che ci porta a crocifiggere la diversità.

Il modo in cui mangiamo, questo atto rituale, antico, che celebriamo ogni giorno, si collega profondamente a quanto noi siamo.

Se cerchiamo la Pace, l’Amore, la Speranza, se le cerchiamo davvero e non è solo un egoico atto di buonismo, iniziamo a riflettere, ricolleghiamoci all’unità del tutto, ricordiamoci quello che facciamo giorno dopo giorno e – se non consuona ancestralmente con ciò cui auspichiamo – cambiamolo.

Recentemente, con le Edizioni I FEEL GOOD, abbiamo pubblicato un ebook che si chiama “DIMAGRIRE PENSANDO“… già che mi trovo una piccola precisazione su questo: “pensando“… pensando significa anche aprendo la mente, ragionando, capendo, imparando…

Non è ancora una volta una “pillola miracolosa” una soluzione che viene da fuori e che si deve solo “ingurgitare”, reale o metaforica che sia…

E’ prendersi la responsabilità di pensare a quello che facciamo. Con un sospiro di sollievo, conoscendo la verità, con consapevolezza. Che è poi la nostra più profonda Mission come I FEEL GOOD.

Quindi… Buona Lettura e, da celebrare in ogni momento dell’Anno… Felice Pasqua a tutti, una Pasqua di cambiamento! :D

IL PIANTO DEGLI AGNELLI E IL DOLORE DEL MONDO di Susanna Tamaro

La Pasqua si avvicina. Gli scaffali dei supermercati sono un trionfo di uova di cioccolata di ogni dimensione, di colombe con tutte le possibili varianti — con uvetta, senza uvetta, ricoperte di cioccolata, con lo zabaione — per accontentare i gusti più stravaganti.

Da qualche anno poi, alle più tradizionali colombe, si sono affiancati dolci a forma di campane e di agnelli, anche questi in svariate versioni.

Per chi vive in campagna, e ha lo sguardo abituato ad osservare ciò che succede nella realtà circostante, la Pasqua è quel momento in cui le gemme sui rami iniziano a ingrossarsi e i peschi e gli albicocchi, spesso temerariamente, schiudono i loro fiori.

Le prime lucertole si svegliano e il loro fruscio si sente in prossimità dei muretti mentre le uova dei rospi, avvolte a migliaia da una lunga collana gelatinosa, ondeggiano tra le piante dei laghetti.

Nel sottobosco spuntano le primule, le violette, i crochi, le pervinche e il mesto pigolio invernale degli uccelli si trasforma nella grande sinfonia che prelude al corteggiamento.

Il periodo che precede la Pasqua è il periodo in cui la vita si muove nuovamente verso la sua pienezza e, con questa sua forza oggi così poco compresa, spinge anche noi a rinnovarci, ad abbracciare con una nuova visione lo scorrere incerto della vita.

Anche molti animali partecipano a questo rinnovamento.

La maggior parte dei capretti e degli agnelli nascono con la luna piena di febbraio e, dopo i primi giorni di timidezza trascorsi zampettando dietro l’ombra rassicurante della madre, si lanciano in corse scatenate con i coetanei del gregge.

Chi non ha mai visto gli agnellini giocare, non avrà mai un’immagine chiara della gioia che può pervadere la vita. Si inseguono in gruppi, sterzano, cambiano direzione, saltellano sulle zampe anteriori e posteriori, se c’è un punto più alto nel pascolo, una roccia, un tronco abbattuto, un fontanile, fanno a gara a saltarvi sopra e questo per loro è il massimo divertimento, e poi di nuovo riprendono a rincorrersi, ogni tanto si affrontano e si caricano a testate, simulando l’età adulta.

Poi le madri li richiamano, e allora è tutto un correre, un raggiungere con misteriosa abilità, tra la folla del gregge, la propria genitrice, uno spingere con testa, un vibrare di codine soddisfatte. Sul pascolo scende allora il tenero silenzio della poppata.

Ma poi un giorno, poco prima della Pasqua, mentre gli agnellini pan di spagna sorridono invitanti sui banchi dei supermercati, nelle campagne arrivano i furgoni e caricano i piccoli delle pecore e delle capre.

La gioia se ne va dai pascoli e subentrano gli strazianti belati delle madri che per tre giorni corrono incredule da un lato all’altro chiamando a gran voce le loro creature con le mammelle gonfie di latte.

Poi, dopo tanta agitazione, sulle campagne scende il silenzio e i pascoli tornano ad essere delle distese brulle in cui i corvi zampettano tra le madri svuotate dal dolore. Intanto gli agnellini, avvolti nel cellophan, sono arrivati nei banconi dei supermercati: interi, a pezzi, o solo la testa, che pare sia una prelibatezza. Non posso non sussultare quando vedo, schiacciati dalla pellicola, quegli occhi opachi e quei dentini che già strappavano la prima erba.

L’altro giorno mi ha chiamato un’amica che lavora vicino al mattatoio. «Mi sono messa i tappi, ma non serve a niente. Vengono scaricati ogni giorno, a centinaia, e urlano con voci da bambini, disperate, rauche, in preda al terrore, ma, a parte me, nessuno sembra farci caso.

In fondo ogni anno è così. È la vita, è la tradizione, è Pasqua e questo è il rumore della Pasqua».

Già, perché la Pasqua è soprattutto un pranzo tradizionale, una mangiata di quelle che si fanno di rado, con l’abbacchio trionfante in mezzo alla tavola, un abbacchio ridotto a prelibatezza culinaria, a segno di una cultura gastronomica mai tradita, spogliato da ogni valenza che superi il tratto gastrointestinale.

Ma in quei belati, in quelle urla, in quella vita che è pura innocenza, non è forse celata la domanda più profonda sul senso dell’esistere? Perché la morte irrompe e devasta, senza guardare in faccia nessuno.

Nella nostra società così asettica e così impregnata di onnipotenza, lo dimentichiamo un po’ troppo spesso, ma dimenticare l’ingombrante presenza della morte vuol dire abdicare, fin da principio, al senso della vita.

Quando la morte scende su uno dei miei animali, gli altri fanno dei lunghi giri per non avvicinarsi al corpo, per non guardarlo e, per qualche giorno, il loro comportamento cambia, diventa stranamente assente, come se qualcosa, al loro interno, all’improvviso avesse cominciato a vibrare in modo diverso.

La contemplazione della morte non può non provocare un profondo senso di timore, timore per quell’occhio brillante che improvvisamente diventa opaco, per quel vivo tepore che si trasforma in fredda rigidità.

È per questa ragione che tutte le culture dell’uomo hanno sviluppato dei rituali di macellazione per rendere questo passaggio meno temibile — temibile per l’animale, ma temibile soprattutto per noi, temibile per la potenza evocativa racchiusa nel sangue che scorre.

Ma in una società come la nostra, totalmente profana, in cui nulla è più sacro e gli unici timori concessi sono legati alla materia, la catena di morte del macello non è che una realtà tra le altre.

Le urla degli agnelli sono un rumore di fondo, uno dei mille rumori che frastornano i nostri giorni. E forse non sapere ascoltare questo lamento è il non saper ascoltare tutti i lamenti — i lamenti delle vittime delle guerre, dei malati, dei bambini torturati, uccisi, delle persone seviziate, abbandonate, dei perseguitati, di tutte quelle voci che invano gridano verso il cielo.

È anche il non saper ascoltare il nostro lamento, di persone sazie, annoiate, risentite, incapaci di vedere altro orizzonte oltre quello del nostro minuscolo ego, incapaci di interrogarci, di affrontare le grandi domande e di accettare il timore che, da esse, inevitabilmente deriva.

Sdraiati sul comodo divano della teodicea, continuiamo a ripetere che Dio non può esistere perché permette il male degli innocenti e questo assunto ci placa, ci quieta, ci mette dalla parte della ragione, proteggendoci dall’insonnia delle notti e dall’angoscia straziante del dolore del mondo.

Quanti orrori — e quanti errori — derivano da quest’immagine di Dio onnipotente, da quest’idea di un Dio con la barba, seduto su una nuvola, parente stretto di Zeus, con i fulmini in mano, pronto a scagliarli sugli empi della terra.

L’onnipotenza di questa società ipertecnologica, non deriva forse proprio da questo?

Dio non è onnipotente, come ci aveva promesso, e dunque diventa nostro compito assumerci l’onnipotenza, raddrizzare le cose storte in cose dritte, creare il paradiso in terra, un paradiso in cui la giustizia finalmente trionfa, grazie alle nostre leggi.

Il paradiso in terra però, come già abbondantemente ci hanno mostrato le tragedie del Novecento, ben presto si trasforma nel suo opposto perché, quando l’uomo crede di agire unicamente secondo i principi assoluti della ragione, sta già srotolando un reticolato e prepara potenti luci al neon per illuminare ogni angolo della prigione.
Forse il pianto delle migliaia di agnelli immolati per routine consumistica in questi giorni non è che il pianto di tutti i milioni di vite innocenti che ogni giorno in modi diversi, da che mondo è mondo, vengono stritolate dal male.

E quel pianto che si alza verso il cielo senza ottenere risposta, ci suggerisce forse che il passaggio, la vera liberazione — la vera Pasqua — è proprio questa.

Sapere che Dio non è onnipotente, ma, come Agnello, condivide la stessa nostra disperata fragilità.

E solo su quest’idea — sull’idea che condividiamo la fragilità, che le tue lacrime sono le mie e le Sue sono le nostre — si può immaginare un mondo che non scricchioli più sotto il delirio dell’onnipotenza ma che si incammini nella costruzione di una vera umanità.

Susanna Tamaro
28-3-201o

:)
Viviana Taccione

Wellness Coach & Trainer AutodifesAlimentare.it
A.C. I FEEL GOOD – www.ifeelgood.it
Soluzioni per il Benessere, l’Abbondanza e la Libertà personale.


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By Michele Nardella | aprile 11, 2011 - 12:28 pm
Posted in Category: Cibo e tradizione

Dopo il necessario (per me) discorso introduttivo all’argomento, su cui mi sono dilungato nei miei due articoli precedenti (“Macrobiotica: l’eterna incompresa” e “Se permettete… riprendiamo il discorso sulla macrobiotica“), eccoci finalmente giunti all’ ingrato compito di affrontare lo scottante nòcciolo, e cioè a spiegare un pò quali siano i contenuti, i princìpi su cui si fonda la macrobiotica e il loro significato.

Ho detto “scottante” a ragion veduta e per due ordini di motivi, perchè se da una parte (soprattutto su giornali e siti internet) si tende a dare una descrizione o una breve spiegazione all’ insegna della banalità e delle inesattezze, dall’altra, a causa di atavici pregiudizi culturali che la nostra società si prodiga in ogni modo ad alimentare e a corroborare, si ha un atteggiamento di diffidenza verso qualcosa che si percepisce come una semplice filosofìa, con tutte le implicazioni del caso che siamo stati condizionati ad associare a tale termine.

Insomma un dogma da accettare più o meno come si trattasse di convertirsi ad una nuova religione, e non concetti accessibili e comprensibili da chiunque sia dotato di un cervello e sia disposto ad usarlo, condizionati come siamo a credere che quello della scienza sia l’ unico punto di vista degno di considerazione.

Sono da molto tempo convinto che il principale ostacolo al progresso dell’umanità si trovi a livello mentale, che sia dovuto, cioè, proprio a questo tabù psicologico-culturale, a questo pregiudizio che denota scarsa autonomìa intellettiva, e che il valore assoluto attribuito alla scienza sia la più grande mistificazione di tutti i tempi.

E’ una radicatissima e generalizzata convinzione nata da un colossale malinteso, dovuto a sua volta alle prerogative insite nel metodo scientifico, che si propone il massimo rigore formale, la ripetibilità dell’esperimento e quindi l’esattezza e l’oggettività dei risultati.

Ed è effettivamente grazie a tutto ciò che si sono potuti conseguire risultati sorprendenti e giganteschi progressi nel campo della matematica, della fisica (che godono, come si sa, dell’appellativo di “scienze esatte“) e della tecnologìa, spesso al di là delle stesse aspettative.

Ma proprio per la precisione del suo metodo e per la straordinaria efficacia in determinati campi, quasi tutti (scienziati e non) sono portati automaticamente ad attribuire alla scienza competenze che non le sono proprie.

Pochissimi infatti si rendono conto che la matematica e la fisica devono la loro esattezza (il noto adagio “la matematica non è un’opinione” ce lo ricorda)  al fatto che, basandosi unicamente su simboli, sono astratte, e in quanto tali non hanno alcuna relazione diretta con la realtà.

La  scienza, cioè, per poter giungere a risultati certi, chiari e privi di contraddizioni, nei suoi esperimenti e nelle sue formulazioni deve semplificare il più possibile i termini della questione in oggetto, per cui ciò che alla fine ne vien fuori non è che un’ astrazione, e cioè  l’ idea che noi ci facciamo della realtà (necessariamente approssimata), e non la realtà.

Insomma, la mappa, e non il territorio, come sentenzia Alfred Korzybski, esperto di semantica.

E se in molti casi grazie alla scienza possiamo giungere a una conoscenza certa e ad elaborare una teorìa esatta è perchè il divario tra la mappa e il territorio è minimo, e quindi trascurabile dal punto di vista pratico, ma nell’ambito dei sistemi complessi, come gli organismi viventi e i sistemi ecologici, dove le interazioni sono di tipo non-lineare e così numerose da essere in parte ignote o non investigabili, i criteri e il metodo perseguiti dagli scienziati, basati sulla visione riduttiva e meccanicistica della natura, fanno acqua come un colabrodo.

Questo concetto, ampiamente dimostrato e confermato da più parti (anche se ovviamente nessuno scienziato si sognerebbe di ammetterlo ufficialmente), è testimoniato dal fatto che nell’ ambito della biologia e della medicina scientifica le certezze incrollabili sono davvero molto poche, come qualsiasi onesto “addetto ai lavori” può confermare, a dispetto di ciò che si vuole far credere, o di quanto la gente comune possa pensare.

Il perenne brancolare nel buio degli scienziati porta a formulare teorìe che sembrano tutte regolarmente destinate ad una inesorabile scadenza, vicina o lontana che sia, come i vasetti di yogurt, in corrispondenza della quale devono essere necessariamente aggiornate dalle nuove conoscenze nel frattempo acquisite, e non di rado invalidate.

Inoltre i medici non sono in grado di offrire trattamenti personalizzati, in quanto tutto viene omologato su valori statistici, che però non hanno alcun significato clinico quando rapportati all’ individuo, e sintomi uguali, che possono avere mille cause diverse, ricevono tutti la stessa terapìa che il protocollo prevede.

Dal mio punto di vista non è difficile capire la vera ragione di tutto questo stato di cose, individuabile, come qualsiasi conoscitore di discipline olistiche sa, nella mancanza di un princìpio. O più precisamente, un princìpio che abbia valenza interdisciplinare, come la “bussola universale” di cui ha parlato tante volte Ohsawa.

Essendo la scienza  concentrata esclusivamente sui particolari, che l’analisi permette di studiare, finisce inevitabilmente col perdere la visione globale, e con essa la comprensione del filo conduttore che unisce le singole parti tra di loro nel contesto di appartenenza, e che dà un senso al tutto.

Nell’antichità invece, quando ovviamente non si disponeva delle conoscenze scientifiche moderne, si è per forza di cose dovuto procedere in modo diametralmente opposto, sviluppando così, attraverso l’ osservazione e l’ intuizione, il pensiero associativo, basato sul princìpio dell’ analogìa, che riconosce la similitudine esistente fra fenomeni apparentemente diversi ed estranei fra loro, e non sull’ analisi, che invece si propone di individuare le differenze fra gli stessi.

Questo modo di osservare la natura, complementare a quello a noi ben noto, porta all’ individuazione di schemi e princìpi che si ritrovano e si ripetono sistematicamente in tutti i fenomeni. Così ciò che si perde in dettaglio si guadagna in termini di visione d’ insieme.

Il princìpio yin-yang è certamente l’ esempio più noto di questo criterio di interpretare la fenomenologìa universale, ma non è esclusivo della macrobiotica. Essendo di origine molto antica, esso si ritrova come princìpio ispiratore del Taoismo, del Confucianesimo, come pure nella medicina tradizionale cinese, di cui costituisce il fondamento, anche se usato in una diversa accezione.

Ma per non complicare le cose, per il momento vi basti sapere che yin e yang non hanno un significato come lo intendiamo noi nella nostra lingua quando vogliamo indicare un sostantivo o un attributo, ma piuttosto sono da intendere come delle categorìe in cui sono inventariati tutti i fenomeni e gli attributi percepibili dai nostri sensi.

Anche se ad una qualsiasi mente razionale può sembrare assurdo accostare  elementi eterogenei ed assolutamente estranei l’uno all’ altro riunendoli in un’ unica categorìa, in realtà essi rivelano tutti un comune denominatore, un’analogìa, non sempre evidente di primo acchito, ma assolutamente presente.

Per rendere meglio l’idea, si potrebbe paragonare ognuna di queste categorìe al concetto a noi più familiare di insieme matematico, e questo è sufficiente a dare una dignità di scienza a questa millenaria concezione dell’ universo.

Ma cos’è che ci fa  classificare  qualcosa  come yin, oppure come  yang? Qual è questo  comune denominatore, questo princìpio analogico che è possibile individuare in ognuna delle due categorìe?

E’ ciò che vedremo nella prossima puntata.

Michele Nardella

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Non importa che sia low cost o un aereo di linea, fatto sta che tra attesa in aereoporto con junk food ovunque e pasti pronti mummificati e tra pseudo menù, merende e snack volanti… è davvero difficile non scendere dall’aereo con il mal di pancia.

E il mal d’aria poco c’entra.

Sarà che quando finalmente “molli tutto” e sei in vacanza ti viene anche voglia di rilassarti e magari il cibo sembra la soluzione più facile.

Ma non è così. Dovremmo indirizzare i nostri pensieri ad altre attività da àncorare all’idea di vacanza per far sì che il viaggio sia davvero rigenerante.

Ad esempio? Pregustare la possibilità di fare passaggiate all’aria aperta, tante foto da portare a casa, totale astensione dalla TV, merende a base di frutta locale, quella crema per il corpo solare all’arancia, magari anche serate romantiche, perchè no? etc…

Passiamo alla pratica:

Trucco n° 1.

In areoporto sfortunatamente non puoi portare liquidi, quindi dovrai svuotare la tua borraccia (bottiglia di vetro o di acciaio che hai sempre in borsa con te, vero?) prima di fare il check in (io non porto quella di vetro che potrebbero fare storie, porto quella di acciaio mezza vuota così mi faccio un bella bevuta prima di passare ai raggi X…)

Però non appena sei di là attendendo l’imbarco puoi andare a comprare una bottiglia da 1 litro di acqua minerale e riempire di nuovo la borraccia (unico caso in cui siamo costretti a comprare acqua in bottiglia :? … se vai sul low cost non ti offrono neanche l’acqua e una bottiglietta di acqua da 200 ml a bordo ti costerebbe quanto 1 litro, considerando che appena la bevi ti viene di nuovo sete, quindi approfittane).

Trucco n° 2.

Ottimo snack da portare sempre in borsa – a maggior ragione sull’aereo – è un bel sacchetto di mandorle (quelle sbucciate ma non pelate), che sono sempre gustose e molto più sane di patatine, noccioline, salatini e schifezze simili piene di sale e spezie che trovi sull’aereo…

Trucco n° 3.

… Per un viaggio lungo anche una bella confezione di gallette di riso integrali bio che – prova e fammi sapere ;) – mangiate insieme alle mandorle sprigionano un nuovo sapore!

Trucco n° 4.

Sempre presente all’appello – nella mia borsa patchwork alla Mary Poppins – anche una barretta proteica al cioccolato. Se ben scelta ti darà proteine di qualità e tanto gusto che ti permetterà di non rimpiangere le “schifezze” su cui si butteranno i tuoi compagni di viaggio! ;)

Trucco n° 5.

E ovviamente… immancabile un profumatissimo arancio o una bella scrocchiante mela, qualcosa di fresco a seconda della stagione. Ottimo per riprendere un po’ di energia e dissetarsi dopo l’eventuale pisolino (ammesso che gli attendenti di volo te lo permettano… l’ultimo volo si sono messi ad elencare le S-gradite offerte di Starbucks :evil: )

Trucco n° 6.

Anche se non si mangia, un appassionante libro sarà molto utile per immergerti in un’altra dimensione e distrarti beatamente…

Io, per esempio, adoro i libri di narrativa Fantasy, e quando viaggio me li concedo facendo un break tra i libri di sviluppo personale ed aggiornamento professionale che mi attendono al mio ritorno in Redazione!

Da “bravi bambini educati a mangiare quello che abbiamo nel piatto”, è molto difficile rinunciare al bel vassoietto di plastica pieno di soprese, che ti danno sull’aereo…

Però per lo meno possiamo selezionare le cose da mangiare, magari scartare le cose grasse e chiaramente plastificate e godersi in santa pace quel poco che avrà una faccia appetibile, anche se si tratterà solo della foglia di insalata e del panino integrale con semi di girasole.

Nei low cost la questione è più facile, quando il capitano tutto orgoglioso ti inviterà a guardare nell’opuscolo davanti a te con le misure di sicurezza, le offerte della boutique (!) di bordo e gli snack – opuscolo che nei primi 5 minuti in cui ti sei seduto a bordo hai già ampiamente guardato e riposto sufficientemente disgustato – per scegliere un solleticante snack a pagamento

… tu invece di optare per il junk food (è incredibile la quantità di schifezze che hanno saputo selezionare! :? ), tiri fuori la tua borraccia strafiga, le tue sollazzanti mandorle e il tuo profumatissimo e succosissimo arancio… e sarai l’invidia (ma anche la provvidenziale ispirazione, da bravo Allievo Wellness Angels :mrgreen: ) di tutti gli altri passeggeri che scartando malsane merendine ed in preda a sete boia da placare con succhi zuccherosi penseranno “beh, che scemo, la prossima volta ci penso anche io“.

Sentiti libero di parlare loro di Autodifesa Alimentare!!! :)

:D
Viviana Taccione
Wellness Angel Coach & Trainer


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E mentre qualche pseudo giornalista “piacione” (nel senso che vuole compiacere il suo pubblico dicendo cose tipo: “la droga fa bene“, “ubriacatevi con moderazione“, “il fritto ai bambini non fa certo male…“), dice che il culatello (!) e tutti i salumi tutto sommato vanno bene anche nelle diete :shock:  interessanti notizie arrivano dal Regno Unito: la carne rossa fa proprio male!

Anche qui… mettetevi d’accordo sullo scopo ultimo della dieta, giornalista del culatello, se la dieta la vuoi fare per morire… no problem! :)

Tornando all’argomento dell’articolo, in base ad una ricerca dello Scientific Advisory Committee on Nutrition la carne rossa, cosi’ come i suoi derivati (salsicce, bacon, salumi, carne lavorata e pasticciata etc…), consumati più di 500gr. a settimana, aumentano le probabilità di avere un cancro tanto che il Governo britannico ha deciso di emettere un Comunicato ufficiale.

Non è una novità, già nel 2007 il World Cancer Research Fund aveva lanciato la notizia: per ridurre il rischio di tumore all’intestino e dello stomaco (tra i tumori più diffusi purtroppo date le schifezze che si mangiano!), ma anche ovaie, seno e vescica (che si trovano nei pressi degli organi emuntori e dei dotti linfatici che si occupano di disintossicazione), era opportuno per i bambini evitare del tutto gli insaccati e la carne lavorata, e ridurre a 70 gr. massimo al giorno il consumo per gli adulti.

Adesso la novità è che questa ricerca parla proprio di carne rossa.

Sotto qualsiasi forma, perché contiene un pigmento che danneggia il DNA delle cellule del sistema digestivo.

Ma perché – dico io – assodato che questo pigmento DANNEGGIA il DNA, farsi danneggiare le cellule del sistema digestivo appena sotto la soglia del tumore?

Perchè mangiare 70 gr. al giorno di un cibo che ha pienamente dimostrato di far male alla salute (pressione, trigliceridi, cuore, intestino), al giro vita, che inquina, che affama il terzo mondo e per di più uccide degli essere viventi e senzienti? :(

Tornando a noi, lo studio continua avvertendo che, ovviamente, l’uso di conservanti, ormoni e chimica onnipresenti nella carne di oggi, non fa che aumentare il rischio di tumore. E anche una cottura bruciacchiata aumenta di molto la potenzialità cancerogene.

Divertente (si fa per dire), a proposito di Lobbismo e Pressing degli “Assoqualcosa“, che le prime proteste sul fatto che non ci fossero prove sufficienti stiano arrivando dalla British Nutrition Foundation, sponsorizzata dal British Pig Executive e dall’English Beef and Lamb Executive… che sarebbero, in Italiano, la “Asso-maiali-britannici” e la “Asso-manzi-e-agnelli-britannici“…

Uno studio senza dubbio assolutamente imparziale! :mrgreen:

Sarà vero o i Vegetariani e Vegani, forti dalle nuova “Lobby della Carota“, sono finalmente scesi in campo? ;)


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By Michele Nardella | gennaio 17, 2011 - 4:47 pm
Posted in Category: Cibo e tradizione

Passate appena le feste, mi sembra il momento opportuno per dire la mia sull’ argomento.

Chi mi conosce bene sa che amo poco le festività, per cui il periodo di fine anno, quando se ne presenta la massima concentrazione, è per me il più noioso: i soliti auguri d’ordinanza, i soliti incontri familiari che, più che un’ affettuosa occasione d’incontro, non sono che una scusa per ritrovarsi intorno a una tavola imbandita e abbandonarsi all’abbuffata rituale. E  non parliamo dei regali, spesso inutili o non graditi, ma che si fanno perchè considerati un dovere sociale.

Per me che rifuggo dalle formalità e dal piattume delle convenzioni sociali è desolante vedere così tanta gente che in un determinato periodo dell’ anno si mette a fare certe cose solo perchè le fanno tutti, senza  in realtà un vero motivo, senza mai chiedersi che cosa veramente sarebbe meglio fare, o si avrebbe voglia di fare in quel preciso momento.

E dato che ciò che caratterizza maggiormente  le grandi feste sono le riunioni conviviali (eufemismo che sta per “abbuffate”) mi chiedo : perchè concentrarle in così pochi giorni, quando il nostro corpo non ha il tempo materiale di riprendersi dall’una per affrontare l’altra ? Chi ce lo impone ?

Nessuno, evidentemente. Perciò non capisco i sensi di colpa che molti provano una volta finiti i Baccanali, andare in palestra e mettersi a seguire discutibili diete dall’ improbabile effetto dimagrante, che vengono prestissimo abbandonate non appena non se ne può più, o ci si accorge che il gioco non è valso la candela.

Che senso ha eccedere, se poi si deve ricorrere a queste punizioni autoinflitte ?

In questo copione che si ripete fedelmente ogni anno, poi, non mancano su giornali e tv, più che gli appelli alla moderazione da parte degli esperti, considerati evidentemente un pò fuori luogo, i soliti suggerimenti per controbilanciare gli effetti dei vari eccessi. E ogni volta non posso fare a meno di chiedermi che cosa avranno di tanto importante da dire che non sia già stato detto  migliaia di volte, quale segreto potranno rivelare che una comune persona di media cultura non possa arrivare a capire da sola.

E’ un trionfo di banalità che si rivolge a quelle persone per le quali l’ unico motivo per prendere in considerazione l’ idea di mettersi a dieta sono quei chili di troppo che rovinano  il loro giro-vita e che la bilancia impietosamente  comincia a  segnalare  generalmente ben  prima di arrivare all’ Epifania.

E dove le mettiamo le tante malattie degenerative che affliggono la società, le allergìe, i disturbi psichici e del comportamento ? Perchè, nella ristrettezza di vedute generale, tutto questo non viene quasi mai correlato a quel che si mette nel piatto ogni giorno.

Perchè se pure la gente mangiasse abitualmente in modo decente, non si troverebbe a dover affrontare situazioni così impegnative, e qualche strappo se lo potrebbe anche concedere.

La dieta (e questo è in realtà il suo vero significato) dovrebbe insomma essere concepita come il nostro modo standard di vivere, e non un rimedio drastico e necessario, quanto temporaneo,  da adottare allorquando si presenta un’ emergenza.

Il mio menù di Natale e Capodanno, per esempio, non differisce  minimamente  da quello di un giorno qualsiasi, perchè se mi vien voglia di assaggiare qualcosa di più insolito e “sfizioso”,  me lo concedo, senza indulgere,  in qualsiasi periodo dell’ anno. Non ho bisogno dunque di nessuna “dieta”.

Questa io la chiamo libertà.

Senza prendere neanche in considerazione gli aspetti più deteriori e patologici della nostra società, come l’indulgere nell’ alcool o far uso di droghe (perchè senza lo sballo che festa è ?), tutte cose che mettono a repentaglio la sicurezza pubblica, in definitiva credo che tutte queste follìe di fine anno siano frutto di un malinteso. Malinteso di chi è convinto che gli unici manicaretti gustosi e desiderabili siano quelli che si è soliti prediligere nella nostra società.

Queste persone dovrebbero frequentare certi ristoranti improntati alla sana alimentazione, e magari assistere alle lezioni di certi cuochi provetti in cucina alternativa,  per convincersi di quanto questa sia valida anche da un punto di vista più edonistico.

Insomma, anche volendo gratificare il palato senza dimenticare  le tradizioni, è proprio necessario buttarsi sui soliti cotechini, zamponi e salumi ? Non ci si può “accontentare” di un buon tacchino (o pollo) ruspante ben cucinato ?

E il panettone deve per forza essere quello della grande produzione industriale ? Si potrebbe invece optare per uno dietetico, con ingredienti biologici e selezionati, e soprattutto senza zucchero e farina OO, cioè eccessivamente raffinata, che quanto a gusto non ha niente da invidiare al primo.

Voglio ricordare infine un’ ultima cosa : una persona  equilibrata, che sia davvero sana  nel senso più ampio del termine, non ha molto attaccamento agli effimeri piaceri sensoriali, perchè le sue gratificazioni le trova altrove. Del resto, il semplice fatto di sentirsi completamente bene è già di per sè una gratificazione.

Al contrario, chi si sente schiavo del cibo rivela una condizione patologica, perchè cerca, più o meno inconsapevolmente, nella gratificazione sensoriale una compensazione al sottile malessere  interiore dovuto al cattivo stato di salute di cui generalmente non si rende conto, o alle frustrazioni di una vita dura e insoddisfacente.

A buon intenditor …

Michele Nardella

www.membri.miglioriamo.it/unaltropuntodivista


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