By Michele Nardella | febbraio 4, 2012 - 4:22 pm
Posted in Category: WAO!!! Che ho scoperto...

Chiunque si interessi, anche non a livello professionale, di nutrizione e dietetica ha dovuto prendere atto della sconcertante disparità di opinioni che popolano questo campo, e più di una volta si sarà sentito disorientato in quella che è la più grande torre di Babele del sapere.

Differenze che si riscontrano perfino fra coloro che condividono lo stesso orientamento naturista (come vegetariani, vegani, macrobiotici, per citare le più note scuole di pensiero), che  si contrappone evidentemente alla corrente principale ufficiale, impostata ancora in senso conservatore (e quindi su discutibili concetti ormai superati), ma che, brandendo l’ arma della “scienza”, di cui si fanno liberi interpreti i più titolati accademici, riesce ad avere voce autorevole e credibilità.

Da un pò di anni a questa parte, tuttavia, si sta verificando una situazione piuttosto strana, direi  paradossale, in quanto, mentre la scienza, quella vera, tengo a precisare (e che quindi non corrisponde necessariamente alle notizie e alle indicazioni più o meno distorte e superficiali diramate dai canali ufficiali), grazie ai risultati di una grossa mole di ricerche attuate in  questi ultimi decenni come mai era avvenuto prima (“The China Study” insegna), ha  confermato in pieno, suo malgrado, i concetti generali propugnati da sempre dai sostenitori  dell’ alimentazione naturale, stanno prendendo piede altre teorie e relative mode dietetiche che, pur animate dai migliori propositi salutisti ed ecologisti, e pur usando un linguaggio scientifico, si discostano sensibilmente da quelle che sono le direttive ormai  accettate dalla comunità scientifica (o almeno la sua corrente principale).

Alludo a  teorie come quella molto in voga che denigra i carboidrati, e tutti i cibi che ne sono ricchi, a favore di proteine e grassi, responsabili, secondo chi la sostiene, dell’ epidemia di obesità che non sembra risparmiare nessuno dei Paesi industriali che abbia adottato il ben noto modello alimentare moderno a base di proteine animali e cibi raffinati.

E’ ad essa che si ispirano, come molti avranno capito, la famosa dieta Zona, la dieta Atkins, la Scarsdale, la South Beach (ma l’ elenco potrebbe continuare) che ormai da anni  furoreggiano  dappertutto.

Alla già lunga lista si sono inoltre aggiunte in tempi più recenti la ormai popolare dieta Dukan, che sta spopolando, e  la cosiddetta paleodieta, e tutto questo nonostante i più autorevoli nutrizionisti abbiano da tempo bocciato tutte queste diete, che si differenziano solo per le strategie adottate per rendere attuabile un regime alimentare  di per sè antifisiologico come può esserlo uno  a scarsissimo contenuto di carboidrati.

Personalmente trovo incredibile come l’ ignoranza e la mancanza di buonsenso possano essere così diffuse in una società come la nostra attuale che si considera evoluta.

Forse i posteri ricorderanno quella nostra come l’ era della “brevimiranza”, dato che una mai  così nutrita schiera di persone (scienziati compresi)  sembra riuscire a guardare al di là della punta del proprio naso.

Tutti restano abbagliati dalle apparenze, dai risultati facili, immediati e magari effimeri (come spesso si rivelano), senza preoccuparsi più di tanto di eventuali effetti collaterali o a lunga scadenza.

Soprattutto sembra che millenni di storia, con usi e tradizioni in campo alimentare consolidate e avallate dall’ esperienza, improvvisamente non abbiano più senso, essendo  stati messi in ombra da queste moderne strampalate teorie che fanno dei cibi tradizionali di ogni popolo il capro espiatorio delle nostre magagne.

Qualsiasi persona di buonsenso, senza bisogno di avere una laurea in scienza della nutrizione, sa che pane, pasta, riso e altri cereali e frutta sono stati sempre alla base delle diete di ogni popolazione ed etnia, senza per questo aver mai creato i problemi ai quali stiamo assistendo solo oggi in modo così drammatico.

Il fatto poi che quasi tutte queste diete modaiole moderne siano nate e si siano diffuse particolarmente negli USA, che, com’è noto, sono la patria per antonomasia del cibo-spazzatura, il junk- food, come lo chiamano, è la flagrante dimostrazione che ce la si sta prendendo con l’ imputato sbagliato.

Non sono infatti i cibi ad alto contenuto di carboidrati i responsabili di questa situazione che, lo ribadisco, non si è mai verificata prima d’ ora, nè fra le popolazioni che ancora oggi seguono stili di vita più naturali (primitivi, se volete), bensì il tipo di carboidrati consumati oggigiorno, ossia tutta quella paccottiglia a base di zuccheri semplici raffinati (dolciumi e merendine varie) e cereali raffinati (riso brillato, pane bianco, pasta bianca, farine tipo zero, doppiozero, e chi più ne ha più ne metta… ).

Tutti questi prodotti tipicamente moderni, già di per sè ad alto indice glicemico, se consumati assieme a proteine e grassi (come di regola avviene) innalzano drammaticamente l’ indice insulinico (la capacità di stimolare il rilascio di insulina), peggiorando ulteriormente la situazione. E come sappiamo, è l’ insulina il maggiore responsabile dell’ accumulo di grasso.

Quindi ad essere chiamato in causa è tutto il  modello dietetico moderno.

Del resto su questo non possono più sussistere dubbi: si è visto che, ogni qual volta una popolazione,  per un malinteso senso di emancipazione, si discosta dalle proprie tradizioni alimentari per avvicinarsi al modello dietetico occidentale moderno, cominciano ad aumentare tutte le patologie tipiche delle società dei consumi. Ciò che sta avvenendo oggi in  Cina ne è un ottimo esempio.

A tutto ciò va aggiunta una considerazione importante, che nessuno fa, e che rende la situazione ancora più drammatica: il cambiamento subìto dagli alimenti nel corso del tempo.

Come ancora pochissimi  sanno, i cereali e la frutta che abbiamo a disposizione oggi sono ben diversi da quelli del passato, essendo diventati, fra l’ altro, sempre più ricchi di zuccheri.

Infatti fin dall’ avvento dell’ agricoltura, molte migliaia di anni fa, l’ uomo ha progressivamente modificato, con  ibridazioni e selezioni, i prodotti agricoli che coltivava, per adattarli ai gusti e alle esigenze delle popolazioni  cui erano destinati.

L’ esempio più significativo ci viene dalla pratica della panificazione, che ha fatto sì che varietà di grano sempre più ricche di glutine venissero selezionate perchè più adatte alla lievitazione. Questo è il motivo per cui il grano attuale (la varietà Creso, come si definisce) contiene una percentuale di glutine più alta che mai (trasformazione avvenuta più rapidamente in tempi recenti, grazie alle tecnologie nel campo della genetica), fatto che spiega (in parte) la sempre più diffusa intolleranza a questa specifica proteina.

Ma la coltivazione di cereali e frutta è anche responsabile dell’ aumento nel loro contenuto di amidi e zuccheri, nonchè di una mutata composizione degli stessi (amidi più ricchi di amilopectine, a scapito dell’ amilosio, che implica un più alto indice glicemico).

E basta paragonare il sapore di questi prodotti con altri analoghi di origine selvatica (decisamente più aspri) per  rendersene conto.

Come dunque si evince, si tratta di un motivo  che, nel contesto degenerativo attuale, rende gli alimenti zuccherini ancora più problematici.

Questo però non è un motivo sufficiente per demonizzarli. Significa soltanto che il nostro margine di libertà si è ridotto, e che quindi dovremo esercitare un controllo più attento e rigoroso alle misure preventive che già conosciamo.

Il che vuol dire, in sostanza, far riferimento ai cereali integrali in chicchi come base della dieta (sono questi la fonte di carboidrati a più lento assorbimento), evitando il più possibile il cibo-spazzatura (cibi a base di farine ultraraffinate, piene di zucchero grassi idrogenati, e soprattutto le bevande industriali), e riducendo drasticamente il consumo di cibo animale (avendo cura che, quando lo si consuma, nello stesso pasto sia accompagnato da pochi cereali).

Quando infatti si scelgono i cereali giusti e si inseriscono in una dieta complessivamente giusta ed equilibrata, non ci sono problemi. Persino quelli che sembrano fattori antinutritivi, come l’ acido fitico, le lectine e gli inibitori di proteasi e amilasi, contenuti in cereali e legumi, in un contesto più ampio rivelano una loro funzione positiva.

Invece quello che si fa con queste diete che vanno per la maggiore è ricorrere ad ogni forzatura ed artificio pur di bruciare le tappe e perdere quanto più peso nel più breve tempo possibile. Questo perchè, a parte l’ ignoranza, lo scopo di chi fa  scelte di questo tipo è il dimagrimento necessario a guadagnare la forma fisica desiderata, e non  la salute, che è un concetto ben più ampio ed articolato.

Allora ecco che si vede solo quello che si vuole vedere: il risultato tangibile dei chili in meno che la bilancia ci comunica.

Non starò adesso a disquisire sulle conseguenze a lungo termine di queste diete (anche se sarebbe quanto mai opportuno farlo), avendo messo già troppa carne al fuoco (mi si perdoni la metafora blasfema), ma data l’ importanza, voglio solo far presente che le proteine e i grassi in eccesso comportano la produzione di scorie tossiche (acido urico e corpi chetonici) che, oltre ad affaticare fegato e reni, acidificano il sangue,  contribuendo così  in modo determinante alla deplezione di calcio dalle ossa; inoltre l’ eccesso di proteine aumenta considerevolmente il rischio di tumori (per un approfondimento su tutti gli effetti negativi ho fornito il seguente link: AIDAP, Associazione Disturbi dell’ Alimentazione e del Peso )

E se questo non dovesse ancora bastare a farvi desistere dal provare una di queste diete, a mettere definitivamente termine a questa diatriba c’è lo studio più approfondito e completo mai attuato su cibo e salute, di cui parla con dovizia di particolari Colin Campbell, uno scienziato fra i maggiori esperti mondiali in assoluto in questo campo, che nel suo best seller “The China Study” giunge a conclusioni incompatibili con le idee che sono alla base di tutte queste manìe dietetiche modaiole.

Addirittura egli dedica un intero paragrafo, nel capitolo 4, a chiarire il suo punto di vista proprio su queste diete, definendo senza mezzi termini il signor Atkins, l’ ideatore della dieta che porta il suo nome, “un uomo obeso, iperteso e cardiopatico diventato uno dei più ricchi ciarlatani di tutti i tempi”.

Più esplicito di così…

Michele Nardella

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By Michele Nardella | settembre 21, 2011 - 5:36 pm
Posted in Category: Cibo e tradizione

Per chi mi ha seguito nelle precedenti puntate  sulla macrobiotica dovrebbe essere ormai chiara la differenza tra il metodo scientifico e quello olistico che, pur non essendo esclusivo della macrobiotica, è a mio modesto parere più semplice, più intuitivo e, cosa non meno importante, più pratico nell’ interpretazione di quest’ ultima.

Passo dunque subito a sintetizzare e ribadire quelle che sono le prerogative del metodo olistico: la possibilità di capire la relazione, spesso non evidente di primo acchito, fra qualità e fenomeni apparentemente slegati tra loro, grazie alla conoscenza del principio di analogìa; considerare ogni fenomeno nella sua interezza, che comprende aspetti sia materiali che  energetici in continua trasformazione, ed intendere lo stesso come un tutt’ uno indivisibile, in quanto dotato di una finalità, intesa come funzione in un contesto.

Pertanto esso si propone di andare oltre  quelli che sono i limiti intrinseci della scienza e correggere eventuali incongruenze che a volte emergono nella sua pratica.

Quello di considerare tutto in termini  energetici e dinamici è un punto molto interessante, in quanto, paradossalmente, nonostante  Einstein, lo scienziato per eccellenza, abbia dimostrato che tutto è energia, e che quindi materia ed energia propriamente detta sono la stessa cosa (E=mc2), chi si occupa di bio-scienze non tiene conto delle importanti implicazioni di questa, nè di altre scoperte recenti della fisica quantistica: si continua così ad applicare i soliti anacronistici criteri analitici e riduttivi e a considerare esclusivamente gli aspetti materiali e quantificabili di una realtà fenomenica ben più complessa di quanto si voglia far credere.

Le conseguenze di questa visione frammentaria e disorganica sono particolarmente evidenti nell’ ambito della medicina e della nutrizione.

In quest’ ultima, che è il tema del nostro blog, l’inadeguatezza dei criteri scientifici classici appare in tutta la sua drammaticità nell’incapacità di comprendere in che modo il cibo influenza la nostra salute, e di conseguenza quanto esso sia importante.

Ogni cibo infatti viene analizzato e studiato esclusivamente in funzione dei suoi costituenti molecolari e delle reazioni chimiche in cui sono implicati, ma tutto ciò serve  a chiarire solo alcuni aspetti della nutrizione, mentre molti altri sfuggono, oppure le conclusioni alle quali gli scienziati giungono, a volte affrettatamente, possono variare, essendo implicati, nei meccanismi vitali, numerosi fattori contingenti ed imponderabili.

Insomma, per dirla in breve, l’insieme non è mai uguale alla mera somma delle sue parti (ammesso che si possa essere sicuri di conoscerle tutte).

Ad esempio, per la scienza l’ unica differenza  in un alimento, a seconda che sia crudo oppure cotto, riguarda l’ eventuale perdita di vitamine termolabili, dovuta appunto alla cottura, mentre in realtà le sue proprietà energetiche cambiano  dal giorno alla notte: provate a seguire una dieta di soli cibi cotti, o di soli cibi crudi per qualche giorno, e vedete un pò come vi sentite.

Un’ altra proprietà che la scienza non è in grado di valutare sono i sapori, che nella medicina cinese e in quella ayurvedica sono invece stati tenuti sempre in grande considerazione. Essi sono forme di energìa che si correlano coi vari organi e visceri del nostro corpo, stimolandoli o inibendoli, secondo un intrigante sistema di corrispondenze. Ma naturalmente per la scienza tutto questo  “è solo fantasia“.

E ancora, il fatto che la forma di una mela sia palesemente diversa da quella di una pera per la scienza non ha alcun significato, mentre particolari come questo sono importanti indizi per capire qual è il tipo di energia sottostante ai processi naturali che hanno portato a maturazione quei frutti (e quindi quale sarà l’effetto che potranno avere su chi se ne nutre).

Questi processi invisibili, i cui effetti sono riconoscibili soprattutto nei loro particolari strutturali, sono evidentemente il risultato delle innumerevoli influenze e interazioni chimico-energetiche provenienti dall’ambiente, nonchè dalla stagione in corso, e ciò rende evidentemente ragione della diversità dei prodotti che la natura ci offre nei vari periodi dell’anno, come pure nelle diverse località geografiche.

Ogni organismo vivente e prodotto della terra porta in sè l’ informazione proveniente dall’ ambiente da cui ha avuto origine e con cui  interagisce in un rapporto di equilibrio dinamico, informazione che non è semplicemente riconducibile alla presenza di determinate molecole, come già illustrato. Perciò mangiare in modo ecologico significa tener conto anche della provenienza geografica e della stagionalità del nostro cibo, se vogliamo essere in armonia con l’ ambiente (che è poi il vero significato della salute), mentre per la scienza mangiare una banana nel deserto del Sahara o sui ghiacciai della Groenlandia, in estate col solleone, o in inverno con un metro di neve fuori casa è la stessa cosa, perchè tutto si riduce alle solite considerazioni su calorìe…  proteine nobili… proteine bastarde e bla, bla...

Insomma il metodo analitico-riduttivo (l’unico criterio seguito dalla scienza, lo ribadisco ancora) non ci consente di scoprire, di capire l’ ordine insito nella natura, e così, nel percepire la realtà come caotica, è inevitabile sviluppare una mentalità fatalista.

E per documentare la fallacia del metodo scientifico saranno sufficienti i pochi esempi seguenti, cominciando con la nota  raccomandazione di fare il pieno di vitamina C, assumendo regolarmente spremute di agrumi, per difendersi dai più comuni malanni invernali.

In realtà è più probabile che una simile pratica li favorisca, in quanto  il nostro corpo ha bisogno di contrarsi, per potersi adattare ai mutamenti ambientali che accompagnano l’arrivo della stagione fredda, mentre i succhi (specie se di frutta tropicale o semi-tropicale) hanno un effetto alquanto dispersivo, e quindi in contrasto con le  nostre vere esigenze (senza contare le conseguenze su  glicemìa e insulina).

Ma il fatto che un alimento abbia  sul nostro corpo un effetto  espansivo oppure contrattivo non può essere dedotto sulla base di dati scientifici. Questi possono sicuramente contribuire  alla valutazione, ma in nessun caso possono costituire l’unico elemento di giudizio.

Questa considerazione si ricollega poi alla diffusissima opinione che una dieta basata su alimenti crudi sia vantaggiosa  per la presenza di maggiori quantità di nutrienti, che verrebbero altrimenti distrutti dalla cottura.

In realtà  non è necessariamente vero, perchè ciò che conta maggiormente è l’equilibrio generale della dieta e la sinergìa che si instaura fra i vari componenti, e questo implica che bisogna tener conto anche delle caratteristiche energetiche degli alimenti (che variano, come  già detto, se questi sono crudi o cotti), e non solo delle molecole ivi presenti: voi potete fare incetta di tutte le vitamine, antiossidanti e quant’altro volete, ma se la dieta nel suo complesso non è equilibrata rispetto alle vostre reali esigenze e all’ambiente, non ne ricaverete comunque beneficio: l’esempio su menzionato lo dimostra.

Passando poi ad  uno dei sintomi più diffusi, l’ipertensione, c’è da dire che è un disturbo piuttosto facile da risolvere, direi quasi banale, dal nostro punto di vista, il solo in grado di affrontarne le vere cause, in buona parte sconosciute alla medicina ufficiale. Tant’è che la forma più comune di questa disfunzione è definita “essenziale“, in quanto se ne disconosce la vera origine.

Infatti, se si eccettuano alcune forme di ipertensione alla cui base ci sono alterazioni arterioscerotiche, in particolare quelle a carico dei vasi renali, o depositi che intasano i glomeruli  renali, è sufficiente eliminare, o ridurre al minimo i fattori dietetici maggiormente yang, per migliorare in  poco tempo e guarire definitivamente, e senza l’ausilio di farmaci, nel giro di qualche mese.

Per essere espliciti, non è solo questione di controllare il sale (che è l’unica preoccupazione dietetica degli ipertesi), ma anche carni rosse, insaccati, uova, formaggi stagionati e salati, nonchè  prodotti da forno e secchi, come pane, biscotti, crackers e grissini (tutti alimenti “insospettabili”), evitando al contempo anche estremi di yin, che renderebbero difficile l’ astensione dallo yang.

Questo perchè ciò che provoca contrazione dei vasi sanguigni (e quindi conseguente aumento pressorio) non sono solo fattori molecolari, come il sale, appunto, l’ unico riconosciuto dalla scienza, ma anche quelli puramente energetici, o l’ effetto combinato di entrambi, che, come abbiamo visto, la scienza non considera.

Il pane è un esempio ideale per chiarire il concetto: in quanto prodotto da forno, esso è il risultato di una cottura effettuata mediante calore diretto, che è una cottura più potente rispetto a quella che avviene, ad esempio, in acqua.

Il pane, dunque (e altri prodotti analoghi da forno), se per la scienza significa solo “carboidrati“, in realtà possiede caratteristiche energetiche ben diverse rispetto agli altri cereali, che avranno logicamente effetti diversi in chi lo consuma.

E sempre l’ eccesso di yang è il principale motivo alla base del fallimento di quasi tutte le diete dimagranti.

Dovete sapere infatti che i soggetti obesi sono quasi senza eccezione di costituzione yang, il che implica che se nella loro dieta sono regolarmente presenti i suddetti fattori (a cui magari si aggiungono pressioni psicologiche sociali, altro stimolo yang), questi non saranno tollerati (yang e yang si respingono, come ci ricorda uno dei dodici teoremi dell’ Ordine dell’ Universo), perciò, nel tentativo di equilibrarli, il loro corpo manifesterà una  irresistibile attrazione verso lo yin, sotto forma di dolciumi, cereali raffinati, grassi, bevande dolci e alcolici, che sono poi proprio tutto ciò che fa ingrassare. O anche semplicemente il mangiare troppo, che è un altro fattore yin. E questo sarà sufficiente a far desistere prima o poi anche il più buonintenzionato da qualsiasi programma dietetico.

Questo perchè yin e yang non sono un parto della fantasìa dei macrobiotici o di chicchessìa, ma il principio più fondamentale dell’ universo, che tutto regola e a cui nessuno può sottrarsi. Perciò voi potete anche ignorare yin e yang, ma il vostro corpo, state pur certi, li conosce eccome…

Per fare un altro esempio di come possiamo applicare yin e yang  per far luce su problemi che la scienza non capisce, una delle tante idiozìe che si sentono dire spesso  è che l’esposizione solare sia la “causa” dei tumori della pelle,  non tenendo conto evidentemente che per migliaia di anni  tante popolazioni primitive  hanno vissuto, e vivono tutt’oggi,  nelle regioni più assolate del mondo con addosso quanto basta a coprire le loro parti intime, senza  dover per questo avvertire altre conseguenze a carico della loro epidermide che una maggiore abbronzatura.

In realtà il sole è soltanto un catalizzatore: essendo luce e calore chiaramente stimoli di natura yang, essi attirerebbero le tossine più yin presenti all’ interno del corpo (sotto forma verosimilmente di zuccheri, grassi e sostanze chimiche varie, presenti in eccesso nelle diete moderne), portandole in superficie, e quindi a più diretto contatto con la pelle. A questo punto diventa  facile capire che è proprio questa eccessiva concentrazione di sostanze indesiderate nella parte più esterna del corpo la vera causa del cancro alla pelle.

E visto che abbiamo toccato l’ argomento, ci sono altre interessanti implicazioni che il Principio Unico ci fornisce a proposito del cancro.

Per esempio: le numerose ricerche ed esperimenti eseguiti su cavie ed umani hanno dimostrato che questi ultimi sono 60 volte più sensibili rispetto ai topi al Talidomide (il famigerato calmante noto per le malformazioni causate nei feti di migliaia di donne che lo avevano assunto in gravidanza), e 100 volte rispetto ai ratti;  ci sono poi alcune sostanze che causano tumori in alcuni animali, ma non in altri. Per esempio c’è un  colorante azotato artificiale che può causare cancro al fegato nei ratti, ma non nei conigli o nei porcellini d’ India.

Ebbene, nell’ambito della scienza non esiste una teorìa unificata in grado di spiegare tutte  queste differenze a volte contraddittorie, ma conoscendo  le caratteristiche yin-yang degli animali implicati negli esperimenti e la dialettica universale, cioè l’insieme di leggi che scaturiscono dalla comprensione dello stesso principio, è possibile fornire una spiegazione completa e coerente (che per ovvi  motivi vi risparmio).

Si deve però sapere che nel cancro sono sempre implicati entrambi i fattori yin-yang: anche se la causa scatenante è solo una (yin o yang), è grazie al fattore opposto che esso può svilupparsi.

Anche  cancri e tumori naturalmente, come qualsiasi altra cosa, possono dunque essere  studiati e classificati in base a yin e yang, a seconda  delle loro caratteristiche fisiche, che ci suggeriscono anche la possibile causa primaria.

Ed è la parte del corpo colpita a darci i giusti indizi, a seconda, cioè, se la formazione tumorale è situata nella zona superiore al diaframma (yin), o inferiore (yang); se si trova più in superficie (yin) o più in profondità (yang); e se interessa un organo cavo (yin: es. lo stomaco, l’ intestino o la vescica) o uno pieno (yang: es. fegato, reni, pancreas).

La valutazione di tutte queste caratteristiche, assieme ad altre, ci dà dunque delle indicazioni preziose sulla natura e le cause primarie del cancro in esame.

Per esempio il tumore al seno è quasi sempre di natura yin, e se avete assimilato i concetti fin qui espressi dovreste capire perchè (zona superiore al diaframma, superficie), e infatti le cause più probabili sono i latticini più yin, come lo yogurt (specie se zuccherato), i gelati, il latte e la panna, e naturalmente zucchero, bevande dolci e dolciumi, ma per diagnosticarlo con maggiore  sicurezza  basta in genere analizzarne la precisa localizzazione, suddividendo idealmente la mammella in quattro quadranti (superiore destro e sinistro e inferiore destro e sinistro).

Anche in questo caso, se avete ben capito quanto detto, ci potete arrivare da soli.

Michele Nardella

www.membri.miglioriamo.it/unaltropuntodivista


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By Michele Nardella | giugno 10, 2011 - 4:15 pm
Posted in Category: Cibo e tradizione

Nell’ articolo precedente sulla macrobiotica ho accennato al pensiero associativo, descrivendolo come  opposto e  complementare a quello analitico e razionale, a noi ben noto, essendo alla base della scienza.

Infatti, se quest’ ultima è finalizzata a scoprire, descrivere e definire i costituenti elementari di quell’ insieme, di quel tutt’uno che è l’ oggetto di studio (per quello che  gli strumenti scientifici a disposizione consentono di individuare), il primo, grazie ad una visione d’ insieme (in cui tutti gli elementi sono coesistenti), mira a riconoscere analogìe, rapporti e schemi all’ interno di una totalità, di un sistema, in cui ogni singola entità è costituita da altre entità e  a sua volta fa parte di un’ entità più grande.

Insomma, detto in sintesi, se la scienza è concentrata sui particolari, la visione olistica ( da “olos”=intero) è incentrata sul sistema di cui quei particolari fanno parte.

Si potrebbe perciò definire l’ olismo una visione ecologica della realtà.

Nel primo caso è un pò come guardare un dipinto  ponendoci molto vicini ad esso, e magari   analizzarlo con la lente d’ ingrandimento:  in tal modo avremmo la possibilità di notare particolari altrimenti impossibili da vedere, ma non potremmo cogliere l’ immagine completa, il significato dell’ opera e apprezzarne l’ armonìa e la bellezza;

Nel secondo caso invece, guardandolo da abbastanza lontano, riusciremmo ad avere subito la visione d’ insieme dell’ immagine raffigurata nel quadro, ma non potremmo coglierne dettagli e sfumature.

Come si può facilmente evincere, nessuno dei due criteri è perfetto in sè, perciò dovremmo utilizzarli  entrambi in un sapiente equilibrio, in funzione dell’ obiettivo che ci prefiggiamo.

Ma per poterci formare una visione d’ insieme abbiamo bisogno di princìpi sintetici, di princìpi cioè, che ci consentano di scoprire, ove esista, il rapporto che lega  fenomeni e qualità apparentemente distinti e separati, ossìa quello che si definisce analogìa.

Yin-Yang è  il  più conosciuto di questi princìpi e anche il più semplice e fondamentale, in quanto ci fa capire qual è  il comportamento del fenomeno in oggetto nei confronti dello spazio. E siccome lo spazio è indissolubilmente legato al tempo, come la fisica ci insegna, esso ci fornisce  al contempo  implicite informazioni anche su questo parametro.

Da questa semplice e precisa premessa è facile dedurre che non c’è nulla di più elementare, di più fondamentale  di yin e yang, in quanto non c’è legge di fisica che non veda implicati lo spazio e il tempo. Pertanto a buon diritto sono stati sempre riconosciuti come “Il Principio Universale“.

Yin e Yang sono usati per qualificare qualsiasi cosa o concetto, perchè, per definizione, il mondo come  appare ai nostri sensi e al nostro cervello, che non fa che analizzare e discriminare, quel mondo  di cui noi stessi siamo parte integrante non è che una differenziazione dell’ Assoluto, dell’ Infinito, che si biforca in questo primo stadio di manifestazione rappresentato, appunto, dalla comparsa della polarità.

Essi possono quindi essere applicati sia nell’ ambito del mondo fisico, che in quello metafisico, le due modalità (yin-yang) in cui si manifesta la realtà.

Ed è proprio questo il primo motivo di malinteso, di confusione  di chi si avvicina a questa scienza e dei suoi detrattori, che, non comprendendola,  la criticano bollandola affrettatamente come “leggenda”, o mera filosofìa.

Si tratta invece di due accezioni che però hanno senso solo quando applicate nel rispettivo contesto.

Non posso soffermarmi su questo concetto  fondamentale di profondo significato, che mette davvero alla prova la nostra comprensione del Principio Unico. Per chi è interessato ad approfondire posso consigliare l’ ottimo libro di Carlo Guglielmo Il Grande Libro dell’ Ecodieta, dove c’è un capitolo apposito che chiarisce definitivamente questo punto.

E’ bene dunque precisare subito che quando si afferma che Yin sta ad indicare tutto ciò che rivela una tendenza centrifuga, e quindi espansiva, mentre Yang ovviamente rappresenta l ’0pposto, il contesto logico di riferimento è evidentemente  quello fisico, mentre gli stessi principi possono essere usati per definire e classificare  una gerarchìa di funzioni, come  si riscontra nella Medicina Tradizionale Cinese, dove l’ aspetto fisico non ha ovviamente senso.

Queste due caratteristiche fisiche di base (centrifugalità-centripetalità) danno origine ad una serie di conseguenze a cascata, che sono le logiche implicazioni di quelle tendenze: per esempio, se un corpo si espande diventerà evidentemente più grande, tenderà eventualmente a dividersi, o a separarsi dal suo ambiente, a raffreddarsi (a causa della dispersione termica), a diventare più lento e inattivo (perchè l’ energìa si deconcentra), ad indebolirsi ecc.

Da ciò si deduce che tutte queste manifestazioni e qualità sono accomunate, in quanto generate dallo stesso processo energetico, e pertanto sono da considerare tutti aspetti di natura yin.

Naturalmente questi aspetti ( è importante precisarlo,  perchè è un concetto fondamentale)  hanno sempre un significato relativo e mai assoluto, in quanto descrivere qualcosa come “grande“, oppure “freddo“, o “fragile“, per restare nell’ esempio, ha senso solo in quanto implicitamente rapportato a qualcos’altro (anche ipotetico) che possiede  caratteristiche opposte.

Non solo, ma, concetto altrettanto fondamentale, lo stesso oggetto o fenomeno conterrà in sè inevitabilmente proprietà ascrivibili ad entrambe le categorìe polari. Perciò qualificarlo  “yin” oppure “yang”  significa solo indicare quale tendenza prevale.

Questo ci dice che yin e yang sono inseparabili, come rivela il famosissimo emblema taoista di forma circolare, con le due sezioni, rappresentanti i due princìpi, che sembrano rincorrersi a vicenda e abbracciarsi:  ognuno dei due esiste solo in funzione dell’ altro.

Da quanto appena illustrato si capisce che nel valutare la natura yin o yang di un fenomeno (sempre, lo ribadisco, in rapporto a qualcos’altro, che può essere implicito nel contesto, ma assolutamente presente), sono da prendere in considerazione tutte quelle caratteristiche e circostanze ad esso attribuibili, comprese quelle non misurabili e quantificabili, o non oggettivamente definibili, che sono per questo automaticamente escluse dalla metodologìa scientifica.

E cioè, per fare qualche esempio: forma, dimensioni, colore, sapore, consistenza, latitudine  di provenienza geografica, stagionalità, ambiente, regno di appartenenza (animale o vegetale), velocità di crescita, direzione di crescita, equilibrio acido-basico e tante altre. Insomma tutto ciò  che non passa  attraverso quello che qualcuno ha definito “il filtro ontologico della scienza“.

Infatti non senza motivo ho parlato all’ inizio di pensiero associativo e olistico come complementare a quello razionale e analitico della scienza, in quanto, basandosi su presupposti diversi, indaga proprio quegli aspetti preclusi alla scienza.

Le implicazioni di tutto ciò sulla salute, la medicina e il nostro stesso modo di intendere la salute  sono rivoluzionarie quanto ancora poco capite, ed è quello di cui finalmente parlerò nel prossimo articolo, che sarà per questo il più interessante di tutta questa serie dedicata alla macrobiotica.

Michele Nardella

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By Michele Nardella | maggio 23, 2011 - 7:09 pm
Posted in Category: Frodi, allarmi & allarmismi

Vorrei richiamare l’attenzione di tutti quelli che sono sinceramente interessati a salute e prevenzione, ma soprattutto alla verità, che mai come in quest’ epoca è stata così disinvoltamente e impunemente calpestata, se si guarda come la disinformazione continua ad imperversare su tutti i mass media.

Sì certo, non è una novità, e non pretendo di aver scoperto l’ America.

Del resto, il Programma Autodifesalimentare è nato proprio in reazione a questo stato di cose.

Ma ciò che colpisce, per me che, da quando ho scoperto questo meraviglioso strumento che è internet, mi diverto nelle mie ricerche ed approfondimenti, sono le dimensioni del fenomeno e il fatto che per certe persone il tempo sembra non passare mai, a giudicare dall’ arretratezza culturale che quasi tutti i professionisti nel campo della salute rivelano, soprattutto quando pretendono di dare consigli su alimentazione e salute.

Tuttavia, sapendo come va il mondo (e non ci vuole molto ad immaginarlo), sono del tutto convinto  che la risposta a certe incongruenze è da ricercare, almeno in parte, nel controllo dell’ informazione da parte delle lobby interessate a mantenere le cose come sono, nella nostra società. E medici ed esperti non sono che le pedine di questo invisibile potere che ci sovrasta.

A quanto pare, però, sembra che a nessuno interessi, visto che da nessuna parte si leva una voce di protesta, un commento, una critica.

Così, navigando di quà e di là, come dicevo poc’anzi, ho scoperto una realtà che supera l’immaginazione.

Questi che seguono sono  stralci che ho trovato su  alcuni dei numerosi siti che trattano di salute e benessere, con particolare riguardo all’ alimentazione. Qui si parla di Sua Maestà il latte, adorato ancora come una divinità, a quanto pare, assieme a tutti i suoi derivati.

Per chi frequenta il sito di Autodifesalimentare dovrebbe essere chiaro come la pensiamo a proposito dei latticini.

Dato però che il presente articolo non è una dissertazione su di essi, bensì una denuncia di un fenomeno mediatico molto taciuto e sottovalutato, chi volesse informarsi su pregi (niente che non si possa reperire altrove) e difetti (molti) di latte e compagnìa bella ha a disposizione una nutrita letteratura, oltre agli articoli pubblicati su questo sito (Il latte farebbe bene al cervello…Lattisti anonimiLatte se lo conosci lo eviti…), come pure sul mio blog, www.membri.miglioriamo.it/unaltropuntodivista (“Latte, il mito di pasta frolla“, “Got milk?…”).

Se poi si conosce l’ inglese non c’è niente di meglio del sito www.notmilk.com.

Mi limiterò quindi a ricordare, data l’ importanza dell’ argomento e la diffusissima disinformazione in merito,  che è scientificamente provata  la mancanza di correlazione tra l’ osteoporosi  e la presunta insufficiente assunzione di latticini, qualora non fosse sufficiente il buonsenso per capirlo dal semplice fatto che sono proprio i Paesi a più elevato consumo di prodotti lattiero-caseari a mostrare una maggiore incidenza di questo tipo di patologìa.

Inoltre essi sono i maggiori responsabili della formazione di muco, che è alla base di moltissimi problemi molto comuni, soprattutto allergìe, e che grassi saturi e colesterolo (nonchè lo stesso calcio in eccesso) sono in relazione con malattìe cardiocircolatorie, tumori e calcoli.

Chiusa la parentesi, ho riportato solo una parte degli articoli trovati su  tre siti, per ovvi motivi, ma vi assicuro che non sono gli unici a perorare questa categorìa di alimenti.

Da “Tuttoperlei”:

Secondo un convegno internazionale che si è tenuto a Pollica e Palinuro, nel cuore del Cilento, dal 24 al 26 febbraio 2011, il latte e i suoi derivati sono fondamentali nella dieta mediterranea, la quale è la migliore in assoluto tanto da meritare la tutela dall’Unesco.

Nell’alimentazione mediterranea, troviamo nutrienti e composti protettivi, non mancano, infatti, i cereali, frutta, verdure e olio d’oliva, e non solo.

I prodotti sani, se presi nelle giuste quantità, donano benessere all’organismo. I latticini vengono collocati per questo dal CIISCAM (Centro interuniversitario internazionale di studi sulle culture alimentari mediterranee) ai primi posti tra gli alimenti di origine animale nella Piramide alimentare della dieta mediterranea moderna.

Da “Con i piedi per terra“:

“Latte e prodotti funzionali: la nuova generazione”, realizzata dall’ Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (Inran).
Un volume prezioso, insomma, che raccoglie e aggiorna le informazioni scientifiche relative a questi prodotti lattiero caseari, sottolineandone il ruolo di alimenti naturalmente funzionali grazie ai loro componenti bio-attivi.

“La collaborazione tra INRAN e Assolatte, coinvolgendo il mondo della ricerca scientifica e quello dell’industria lattiero-casearia, rappresenta un’iniziativa unica nel panorama alimentare italiano” spiega Carlo Cannella, presidente INRAN.”Con questo nuovo volume l’industria lattiero casearia e i rappresentanti del mondo della ricerca e della scienza confermano l’impegno a lavorare in sinergia nella comune volontà di offrire un’informazione corretta, trasparente, completa e aggiornata sui prodotti lattiero caseari”, sottolinea Adriano Hribal, consigliere delegato alla presidenza Assolatte. La presentazione si terrà il 12 ottobre alle ore 10 presso il Senato, a Roma.

Da “Dietaland“:

Il latte e i suoi derivati non dovrebbero mai mancare in una dieta bilanciata, perché forniscono sostanze nutritive indispensabili come il calcio, un minerale fondamentale per la salute dello scheletro e la contrazione dei muscoli, ed è presente in grande quantità in tutti i latticini; le proteine complete, che agiscono sulla formazione e sul mantenimenti delle ossa e facilitano l’assorbimento del calcio, tanto che un adeguato apporto di proteine riduce anche il rischio di fratture negli anziani; i grassi sono presenti nei latticini ma non in dosi eccessive, e se si segue una dieta ipocalorica basta scegliere quelli più magri.

Le linee guida elaborate dall’Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione (Inran) consigliano tre porzioni al giorno di latte o yogurt (125 g.) , più tre alla settimana di formaggio (circa 100 g.), prediligendo le “versioni” parzialmente scremate e i formaggi meno calorici, in modo da limitare l’apporto di grassi e colesterolo.

Ma questo è niente in confronto ad una campagna “informativa” che ho scoperto imperversare in America da chissà quanti anni, contraddistinta dallo slogan “Got milk?” (“Preso il latte?”).

Nei numerosi spot pubblicitari ed immagini utilizzate per le reclàme, compaiono personaggi pubblici più o meno noti, tutti sorridenti nell’ esibire il labbro superiore imbrattato da una candida patina, a testimonianza di un’ avida bevuta di latte.

E fra questi testimonial c’è quella caricatura vivente di Mick Jagger che risponde al nome di Steven Tyler, leader del gruppo rock Aerosmith, che, fra una smorfia e l’ altra, spalanca quella sua monumentale boccaccia e, cacciato fuori un palmo di lingua, si ripulisce il labbrone incorniciato dalle tracce del prezioso liquido.

Di fronte a cotanto sfoggio di intelligenza si rimane senza parole, non c’è che dire…

E, visto che siamo in tema, vi voglio dare, come ciliegina sulla torta, una notizia da… leccarsi i baffi, appunto:

Dovete sapere infatti che, siccome tutti erano preoccupati per il basso consumo di latte in Italia (“appena”  52 litri a testa all’ anno), alcuni anni fa ha avuto inizio una campagna di “educazione alimentare” intitolata “Amico latte” (il cui nome è già un programma), indetta, pensate un pò, nientemeno che da Unalat, l’ unione produttori di latte italiani, in collaborazione con l’ Inran (Istituto Nazionale Ricerca Alimenti e Nutrizione), presieduto da Carlo Cannella, che consiste nell’indottrinare insegnanti di scuole medie inferiori di 11 regioni italiane con materiale didattico preparato ad hoc da “esperti”, ma anche con incontri diretti coi suddetti insegnanti, per educare alla corretta alimentazione gli oltre trentamila alunni destinatari di questa campagna.

Michele Nardella


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By Michele Nardella | aprile 11, 2011 - 12:28 pm
Posted in Category: Cibo e tradizione

Dopo il necessario (per me) discorso introduttivo all’argomento, su cui mi sono dilungato nei miei due articoli precedenti (“Macrobiotica: l’eterna incompresa” e “Se permettete… riprendiamo il discorso sulla macrobiotica“), eccoci finalmente giunti all’ ingrato compito di affrontare lo scottante nòcciolo, e cioè a spiegare un pò quali siano i contenuti, i princìpi su cui si fonda la macrobiotica e il loro significato.

Ho detto “scottante” a ragion veduta e per due ordini di motivi, perchè se da una parte (soprattutto su giornali e siti internet) si tende a dare una descrizione o una breve spiegazione all’ insegna della banalità e delle inesattezze, dall’altra, a causa di atavici pregiudizi culturali che la nostra società si prodiga in ogni modo ad alimentare e a corroborare, si ha un atteggiamento di diffidenza verso qualcosa che si percepisce come una semplice filosofìa, con tutte le implicazioni del caso che siamo stati condizionati ad associare a tale termine.

Insomma un dogma da accettare più o meno come si trattasse di convertirsi ad una nuova religione, e non concetti accessibili e comprensibili da chiunque sia dotato di un cervello e sia disposto ad usarlo, condizionati come siamo a credere che quello della scienza sia l’ unico punto di vista degno di considerazione.

Sono da molto tempo convinto che il principale ostacolo al progresso dell’umanità si trovi a livello mentale, che sia dovuto, cioè, proprio a questo tabù psicologico-culturale, a questo pregiudizio che denota scarsa autonomìa intellettiva, e che il valore assoluto attribuito alla scienza sia la più grande mistificazione di tutti i tempi.

E’ una radicatissima e generalizzata convinzione nata da un colossale malinteso, dovuto a sua volta alle prerogative insite nel metodo scientifico, che si propone il massimo rigore formale, la ripetibilità dell’esperimento e quindi l’esattezza e l’oggettività dei risultati.

Ed è effettivamente grazie a tutto ciò che si sono potuti conseguire risultati sorprendenti e giganteschi progressi nel campo della matematica, della fisica (che godono, come si sa, dell’appellativo di “scienze esatte“) e della tecnologìa, spesso al di là delle stesse aspettative.

Ma proprio per la precisione del suo metodo e per la straordinaria efficacia in determinati campi, quasi tutti (scienziati e non) sono portati automaticamente ad attribuire alla scienza competenze che non le sono proprie.

Pochissimi infatti si rendono conto che la matematica e la fisica devono la loro esattezza (il noto adagio “la matematica non è un’opinione” ce lo ricorda)  al fatto che, basandosi unicamente su simboli, sono astratte, e in quanto tali non hanno alcuna relazione diretta con la realtà.

La  scienza, cioè, per poter giungere a risultati certi, chiari e privi di contraddizioni, nei suoi esperimenti e nelle sue formulazioni deve semplificare il più possibile i termini della questione in oggetto, per cui ciò che alla fine ne vien fuori non è che un’ astrazione, e cioè  l’ idea che noi ci facciamo della realtà (necessariamente approssimata), e non la realtà.

Insomma, la mappa, e non il territorio, come sentenzia Alfred Korzybski, esperto di semantica.

E se in molti casi grazie alla scienza possiamo giungere a una conoscenza certa e ad elaborare una teorìa esatta è perchè il divario tra la mappa e il territorio è minimo, e quindi trascurabile dal punto di vista pratico, ma nell’ambito dei sistemi complessi, come gli organismi viventi e i sistemi ecologici, dove le interazioni sono di tipo non-lineare e così numerose da essere in parte ignote o non investigabili, i criteri e il metodo perseguiti dagli scienziati, basati sulla visione riduttiva e meccanicistica della natura, fanno acqua come un colabrodo.

Questo concetto, ampiamente dimostrato e confermato da più parti (anche se ovviamente nessuno scienziato si sognerebbe di ammetterlo ufficialmente), è testimoniato dal fatto che nell’ ambito della biologia e della medicina scientifica le certezze incrollabili sono davvero molto poche, come qualsiasi onesto “addetto ai lavori” può confermare, a dispetto di ciò che si vuole far credere, o di quanto la gente comune possa pensare.

Il perenne brancolare nel buio degli scienziati porta a formulare teorìe che sembrano tutte regolarmente destinate ad una inesorabile scadenza, vicina o lontana che sia, come i vasetti di yogurt, in corrispondenza della quale devono essere necessariamente aggiornate dalle nuove conoscenze nel frattempo acquisite, e non di rado invalidate.

Inoltre i medici non sono in grado di offrire trattamenti personalizzati, in quanto tutto viene omologato su valori statistici, che però non hanno alcun significato clinico quando rapportati all’ individuo, e sintomi uguali, che possono avere mille cause diverse, ricevono tutti la stessa terapìa che il protocollo prevede.

Dal mio punto di vista non è difficile capire la vera ragione di tutto questo stato di cose, individuabile, come qualsiasi conoscitore di discipline olistiche sa, nella mancanza di un princìpio. O più precisamente, un princìpio che abbia valenza interdisciplinare, come la “bussola universale” di cui ha parlato tante volte Ohsawa.

Essendo la scienza  concentrata esclusivamente sui particolari, che l’analisi permette di studiare, finisce inevitabilmente col perdere la visione globale, e con essa la comprensione del filo conduttore che unisce le singole parti tra di loro nel contesto di appartenenza, e che dà un senso al tutto.

Nell’antichità invece, quando ovviamente non si disponeva delle conoscenze scientifiche moderne, si è per forza di cose dovuto procedere in modo diametralmente opposto, sviluppando così, attraverso l’ osservazione e l’ intuizione, il pensiero associativo, basato sul princìpio dell’ analogìa, che riconosce la similitudine esistente fra fenomeni apparentemente diversi ed estranei fra loro, e non sull’ analisi, che invece si propone di individuare le differenze fra gli stessi.

Questo modo di osservare la natura, complementare a quello a noi ben noto, porta all’ individuazione di schemi e princìpi che si ritrovano e si ripetono sistematicamente in tutti i fenomeni. Così ciò che si perde in dettaglio si guadagna in termini di visione d’ insieme.

Il princìpio yin-yang è certamente l’ esempio più noto di questo criterio di interpretare la fenomenologìa universale, ma non è esclusivo della macrobiotica. Essendo di origine molto antica, esso si ritrova come princìpio ispiratore del Taoismo, del Confucianesimo, come pure nella medicina tradizionale cinese, di cui costituisce il fondamento, anche se usato in una diversa accezione.

Ma per non complicare le cose, per il momento vi basti sapere che yin e yang non hanno un significato come lo intendiamo noi nella nostra lingua quando vogliamo indicare un sostantivo o un attributo, ma piuttosto sono da intendere come delle categorìe in cui sono inventariati tutti i fenomeni e gli attributi percepibili dai nostri sensi.

Anche se ad una qualsiasi mente razionale può sembrare assurdo accostare  elementi eterogenei ed assolutamente estranei l’uno all’ altro riunendoli in un’ unica categorìa, in realtà essi rivelano tutti un comune denominatore, un’analogìa, non sempre evidente di primo acchito, ma assolutamente presente.

Per rendere meglio l’idea, si potrebbe paragonare ognuna di queste categorìe al concetto a noi più familiare di insieme matematico, e questo è sufficiente a dare una dignità di scienza a questa millenaria concezione dell’ universo.

Ma cos’è che ci fa  classificare  qualcosa  come yin, oppure come  yang? Qual è questo  comune denominatore, questo princìpio analogico che è possibile individuare in ognuna delle due categorìe?

E’ ciò che vedremo nella prossima puntata.

Michele Nardella

www.membri.miglioriamo.it/unaltropuntodivista


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By Michele Nardella | gennaio 17, 2011 - 4:47 pm
Posted in Category: Cibo e tradizione

Passate appena le feste, mi sembra il momento opportuno per dire la mia sull’ argomento.

Chi mi conosce bene sa che amo poco le festività, per cui il periodo di fine anno, quando se ne presenta la massima concentrazione, è per me il più noioso: i soliti auguri d’ordinanza, i soliti incontri familiari che, più che un’ affettuosa occasione d’incontro, non sono che una scusa per ritrovarsi intorno a una tavola imbandita e abbandonarsi all’abbuffata rituale. E  non parliamo dei regali, spesso inutili o non graditi, ma che si fanno perchè considerati un dovere sociale.

Per me che rifuggo dalle formalità e dal piattume delle convenzioni sociali è desolante vedere così tanta gente che in un determinato periodo dell’ anno si mette a fare certe cose solo perchè le fanno tutti, senza  in realtà un vero motivo, senza mai chiedersi che cosa veramente sarebbe meglio fare, o si avrebbe voglia di fare in quel preciso momento.

E dato che ciò che caratterizza maggiormente  le grandi feste sono le riunioni conviviali (eufemismo che sta per “abbuffate”) mi chiedo : perchè concentrarle in così pochi giorni, quando il nostro corpo non ha il tempo materiale di riprendersi dall’una per affrontare l’altra ? Chi ce lo impone ?

Nessuno, evidentemente. Perciò non capisco i sensi di colpa che molti provano una volta finiti i Baccanali, andare in palestra e mettersi a seguire discutibili diete dall’ improbabile effetto dimagrante, che vengono prestissimo abbandonate non appena non se ne può più, o ci si accorge che il gioco non è valso la candela.

Che senso ha eccedere, se poi si deve ricorrere a queste punizioni autoinflitte ?

In questo copione che si ripete fedelmente ogni anno, poi, non mancano su giornali e tv, più che gli appelli alla moderazione da parte degli esperti, considerati evidentemente un pò fuori luogo, i soliti suggerimenti per controbilanciare gli effetti dei vari eccessi. E ogni volta non posso fare a meno di chiedermi che cosa avranno di tanto importante da dire che non sia già stato detto  migliaia di volte, quale segreto potranno rivelare che una comune persona di media cultura non possa arrivare a capire da sola.

E’ un trionfo di banalità che si rivolge a quelle persone per le quali l’ unico motivo per prendere in considerazione l’ idea di mettersi a dieta sono quei chili di troppo che rovinano  il loro giro-vita e che la bilancia impietosamente  comincia a  segnalare  generalmente ben  prima di arrivare all’ Epifania.

E dove le mettiamo le tante malattie degenerative che affliggono la società, le allergìe, i disturbi psichici e del comportamento ? Perchè, nella ristrettezza di vedute generale, tutto questo non viene quasi mai correlato a quel che si mette nel piatto ogni giorno.

Perchè se pure la gente mangiasse abitualmente in modo decente, non si troverebbe a dover affrontare situazioni così impegnative, e qualche strappo se lo potrebbe anche concedere.

La dieta (e questo è in realtà il suo vero significato) dovrebbe insomma essere concepita come il nostro modo standard di vivere, e non un rimedio drastico e necessario, quanto temporaneo,  da adottare allorquando si presenta un’ emergenza.

Il mio menù di Natale e Capodanno, per esempio, non differisce  minimamente  da quello di un giorno qualsiasi, perchè se mi vien voglia di assaggiare qualcosa di più insolito e “sfizioso”,  me lo concedo, senza indulgere,  in qualsiasi periodo dell’ anno. Non ho bisogno dunque di nessuna “dieta”.

Questa io la chiamo libertà.

Senza prendere neanche in considerazione gli aspetti più deteriori e patologici della nostra società, come l’indulgere nell’ alcool o far uso di droghe (perchè senza lo sballo che festa è ?), tutte cose che mettono a repentaglio la sicurezza pubblica, in definitiva credo che tutte queste follìe di fine anno siano frutto di un malinteso. Malinteso di chi è convinto che gli unici manicaretti gustosi e desiderabili siano quelli che si è soliti prediligere nella nostra società.

Queste persone dovrebbero frequentare certi ristoranti improntati alla sana alimentazione, e magari assistere alle lezioni di certi cuochi provetti in cucina alternativa,  per convincersi di quanto questa sia valida anche da un punto di vista più edonistico.

Insomma, anche volendo gratificare il palato senza dimenticare  le tradizioni, è proprio necessario buttarsi sui soliti cotechini, zamponi e salumi ? Non ci si può “accontentare” di un buon tacchino (o pollo) ruspante ben cucinato ?

E il panettone deve per forza essere quello della grande produzione industriale ? Si potrebbe invece optare per uno dietetico, con ingredienti biologici e selezionati, e soprattutto senza zucchero e farina OO, cioè eccessivamente raffinata, che quanto a gusto non ha niente da invidiare al primo.

Voglio ricordare infine un’ ultima cosa : una persona  equilibrata, che sia davvero sana  nel senso più ampio del termine, non ha molto attaccamento agli effimeri piaceri sensoriali, perchè le sue gratificazioni le trova altrove. Del resto, il semplice fatto di sentirsi completamente bene è già di per sè una gratificazione.

Al contrario, chi si sente schiavo del cibo rivela una condizione patologica, perchè cerca, più o meno inconsapevolmente, nella gratificazione sensoriale una compensazione al sottile malessere  interiore dovuto al cattivo stato di salute di cui generalmente non si rende conto, o alle frustrazioni di una vita dura e insoddisfacente.

A buon intenditor …

Michele Nardella

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By Michele Nardella | gennaio 10, 2011 - 5:56 pm
Posted in Category: Cibo e tradizione

Diversamente dall’articolo  introduttivo, in cui mi lasciavo andare a considerazioni di carattere generale, a proposito del sostanziale fallimento del messaggio macrobiotico nella nostra società, in questo, che ne è la diretta prosecuzione, entrerò subito nel merito dell’ argomento, affrontando quei contenuti che ritengo meritino particolare attenzione.

Sorvolando su certe ridicole idiozìe che mi  tocca talvolta  leggere da parte di chi è evidentemente più interessato ad esercitare quello che sembra  lo sport preferito di molta gente, e cioè parlare a vanvera, invece che a fare informazione vera (è proprio di questi giorni il mio commento sul mio blog, ad un articolo ad altissima densità di sciocchezze), devo dire infatti che molto raramente mi è capitato di notare una presentazione della macrobiotica  che andasse al di là di una semplice descrizione formale (magari, cosa non rara, anche infarcita di inesattezze), di un qualcosa da relegare nelle curiosità folkloristiche o nelle tendenze di moda, e che invece cogliesse nel segno, che fosse davvero efficace a trasmettere il vero significato di questo approccio, scambiato sempre per mera filosofìa o, peggio, una moda.

Il termine “filosofìa” poi non mi è mai piaciuto, perchè nella sua comune accezione si intende qualcosa di astratto, campato in aria, non dimostrabile in modo rigoroso e oggettivo, e che quindi lascia il tempo che trova. Insomma, niente più che un’ opinione. Questo non calza per niente nel caso della macrobiotica, e vedremo presto perchè.

Chi ha già letto i miei articoli sul mio blog, in particolare quelli della serie “Energy Training”, avrà probabilmente già familiarità con certi concetti, come “visione olistica della realtà“ o “approccio olistico“, e sono proprio questi che dobbiamo chiamare in causa se vogliamo affrontare in modo serio il discorso sulla macrobiotica.

Essi ne sono il nòcciolo, ed è necessario affrontarli per le loro implicazioni nel campo della scienza.

Chi non è un “addetto ai lavori”, infatti, non si rende conto di quale sia la situazione venutasi a creare in tale ambito, per le incongruenze e la confusione che vi regnano, dietro la sua facciata  opportunamente dorata da chi vuol far credere che la storia della scienza sia costellata solo da successi e progressi. Spesso essi sono infatti risultato di un brancolare nel buio, di andare per tentativi dopo aver prodotto tanti e tanti fallimenti, e la sensazione generale, anche fra la gente comune, che la scienza possa dimostrare tutto e, con altrettanta facilità, anche il suo contrario, è sempre più diffusa.

Ciò risulta  evidente proprio nelle scienze cosiddette “non esatte” (il che già dice tutto), cioè le scienze della vita, che si contrappongono a matematica e fisica, alle scienze definite, appunto, “esatte” in quanto astratte.

Sì, perchè nell’ ambito delle bio-scienze i dati scientifici (e cioè  oggettivi e dimostrabili) ottenuti dallo studio di un  qualsiasi oggetto, sono solo una parte dell’ enorme quantità di fattori in gioco, che comprendono  anche quelli imponderabili o non facilmente accessibili alle metodologìe scientifiche, e le varie teorìe  da essi  elaborate  in realtà  non sono altro che interpretazioni, non prive di una certa approssimazione, del fenomeno osservato. Interpretazioni, dunque, basate su elementi oggettivi, ma pur sempre interpretazioni, e quindi sostanzialmente congetture.

Questo significa che  spesso ciò a cui si attribuisce un valore assoluto in realtà non ha fondamento certo, oppure è vero solo in certe condizioni, e spiega come mai su tanti argomenti esistano varie teorìe e opinioni diverse, che non avrebbero ragione di essere in virtù del tanto vantato rigore scientifico.

Lo stesso concetto di scienza, che si dà sempre per scontato, in realtà ha significato cose diverse nel corso del tempo. E se nell’ Ottocento, con lo studio dei fenomeni elettromagnetici, Maxwell e Faraday hanno dovuto constatare che i postulati della meccanica newtoniana, con cui si identificava il metodo scientifico, andavano stretti alle nuove scoperte scientifiche, ai primi del Novecento, la teorìa della relatività e la meccanica quantistica apportarono ulteriori e più rivoluzionari mutamenti al paradigma della scienza.

Tutto ciò è stato materia di argomentazioni ineccepibili per il  noto fisico nucleare Fritjof Capra nella sua serie di saggi di filosofìa della scienza tradotti in numerose lingue, in cui dimostra i limiti intrinseci  di ciò che si intende oggi per metodo scientifico, proprio con quel rigore che in esso si pretende e si ritrova, in quanto (e questo è il fatto più eclatante) egli si basa sulla visione della realtà che scaturisce  dalle scoperte delle fisica più avanzata, che coincide sorprendentemente con quella delle più antiche concezioni e dottrine esoteriche patrimonio dell’ umanità.

Animate da uno spirito intuitivo, queste ultime  sono finalizzate a cogliere l’unità e il significato del fenomeno, attraverso la sua visione sintetica e non i suoi singoli elementi, i particolari slegati dal loro contesto, che sono oggetto di studio della scienza.

Egli sostiene la natura intrinsecamente dinamica di ogni cosa,  il continuo mutare (il principio di impermanenza, come ci ricorda il buddismo), la mutua interrelazione di tutti i fenomeni (oggetti ed eventi) e quindi la fondamentale indissolubilità di ogni entità, di ogni essere animato o inanimato dal suo contesto, potendo esso esistere solo in funzione del “tutto” che lo contiene.

Questa complessa interrelazione fra oggetti o fenomeni diversi, però, non può essere compresa nel contesto  analitico e riduttivo della scienza come è stata intesa finora, che ha pertanto bisogno urgente di essere integrata con concetti e princìpi propri delle suddette discipline.

I princìpi alla base della medicina cinese ne sono un significativo esempio, come pure quelli dell’ ayurveda e ( per tornare al nostro discorso, dopo questa lunga digressione) della macrobiotica.

Essi non sono fantasìe o superstizioni, come verrebbero liquidate dal “Piero Angela” di turno, bensì, in virtù delle considerazioni appena fatte, un modo complementare a quello della scienza di osservare, interpretare e classificare la realtà fenomenica, che pertanto ha pari dignità .

Contraria sunt complementa” (gli opposti sono complementari) fu il motto che l’ eminente fisico danese Niels Bohr fece incidere assieme all’ ormai ben noto emblema taoista dello yin e yang nel suo stemma nobiliare, in riconoscimento dell’ antica saggezza orientale, pienamente confermata da quegli studi che egli stesso aveva contribuito a portare avanti.

Razionalità ed intuizione, dunque, sono elementi ugualmente importanti nel processo della conoscenza, mentre la scienza si è sviluppata esclusivamente in direzione della prima.

Per ora è tutto, e se mi sono dilungato più del solito è perchè  tutte queste considerazioni, generalmente trascurate, sono a mio avviso di importanza fondamentale, in quanto costituiscono la premessa che offre la giusta prospettiva per poter capire e valutare la macrobiotica.

Alla prossima puntata dunque,  il viaggio continua …

Michele Nardella
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